Per molto tempo parlare di data center ha significato parlare soprattutto di server, storage, networking, continuità elettrica e capacità di calcolo. Oggi quella rappresentazione non basta più.
Il data center sta diventando il punto nel quale convergono alcune delle trasformazioni più profonde dell’IT: intelligenza artificiale, crescita della potenza di calcolo, maggiore pressione sulle reti energetiche, sostenibilità, cybersecurity, privacy e nuove normative europee.
La conseguenza è che il perimetro stesso del progetto si sta allargando. Non basta scegliere un server più potente o installare un nuovo sistema di raffreddamento.
Bisogna capire quanta energia sarà disponibile, come distribuirla, come dissipare il calore prodotto dai nuovi workload, come proteggere l’infrastruttura, dove saranno conservati i dati e con quali criteri misurare efficienza e sostenibilità.
Per il canale ICT è un passaggio tutt’altro che secondario. System integrator e partner non sono più chiamati semplicemente a mettere insieme tecnologie differenti, ma a governare un ecosistema nel quale IT, energia, raffreddamento, software, security e compliance sono sempre più interdipendenti.
Ed è proprio questa convergenza a rappresentare uno dei cambiamenti più interessanti del mercato.
L’AI cambia il data center partendo dal chip
Il motore più evidente della trasformazione è l’intelligenza artificiale. La crescita dei workload destinati al training e all’inferenza sta modificando rapidamente le esigenze dell’infrastruttura, soprattutto sotto il profilo energetico.
Secondo Filippo Praticò, Emea Indirect Market Development Director di Vertiv, il cambiamento deve essere osservato partendo dal livello più profondo dell’architettura.
“L’AI sta ridefinendo in profondità il settore dei data center, influenzandone sia l’architettura sia i consumi energetici. L’evoluzione dei workload legati all’AI, dal training dei modelli all’inferenza, – prosegue – introduce dinamiche completamente nuove rispetto al passato. Non si tratta più di workload lineari e prevedibili: oggi la potenza richiesta varia in modo rapido e significativo, seguendo le esigenze di CPU e GPU sempre più performanti.”

E proprio qui si trova uno dei punti decisivi: la progettazione non può più partire soltanto dal data center inteso come edificio o sala macchine. Deve partire dal chip. “Il punto di partenza è ormai il livello più basso dell’infrastruttura: il chip. È lì che nasce la domanda energetica, ed è da lì che deve essere ripensata l’intera catena di distribuzione dell’energia”, sottolinea Praticò.
La stessa trasformazione emerge dalle parole di Laura Ippolito, Business Development Manager Secure Power di Schneider Electric Italia, che pone l’accento soprattutto sulle densità che i nuovi sistemi AI stanno portando all’interno dei rack.
“I workload AI stanno portando la densità dei rack da pochi kW fino a oltre 400 kW, con prospettive fino a 1 MW per rack. Questo richiede una revisione completa degli standard tradizionali: nuove necessità di potenza e di raffreddamento richiedono un cambiamento di paradigma nelle infrastrutture elettriche e nei relativi sistemi di cooling.”
È forse questa la fotografia più efficace del cambiamento in corso. Dietro la corsa all’intelligenza artificiale esiste una componente estremamente fisica fatta di megawatt, distribuzione dell’energia, temperatura, acqua, rack e continuità operativa.
La rivoluzione AI, insomma, prima ancora che nei software si vede nelle infrastrutture.
Quando il limite non è più il calcolo, ma l’energia
Più aumenta la densità computazionale, più emerge una questione che negli ultimi anni sta diventando centrale: la disponibilità dell’energia.
Il fenomeno va ben oltre il perimetro dell’IT. Secondo l’International Energy Agency, la domanda mondiale di elettricità dovrebbe crescere in media del 3,6% all’anno tra il 2026 e il 2030. Tra i fattori che alimentano questa crescita l’IEA indica esplicitamente anche i data center, insieme all’industria, ai veicoli elettrici e alla climatizzazione.
Significa che l’energia non può più essere considerata una risorsa disponibile a priori. Sempre più spesso la possibilità di ottenere la potenza necessaria dalla rete diventa uno dei criteri sulla base dei quali decidere dove localizzare, ampliare o riprogettare un data center.
La pressione è già visibile. L’Uptime Institute Global Data Center Survey 2026 rileva che, accanto ai costi, stanno aumentando le preoccupazioni degli operatori per disponibilità della potenza, capacità di previsione, affidabilità della rete e supply chain.
La stessa ricerca evidenzia inoltre una crescita, seppure graduale, delle densità dei rack e un numero crescente di operatori con picchi pari o superiori a 30 kW per rack.
In questo scenario assume particolare significato il concetto di Power Train indicato da Vertiv.
Per Filippo Praticò non è più sufficiente affrontare separatamente UPS, distribuzione, server e sistemi di gestione. Occorre considerare l’energia come un flusso unico.
“L’obiettivo è quello di offrire una visione integrata, che copra l’intero percorso dell’energia: dalla rete elettrica fino al chip. Questo approccio, definito ‘grid to chip’, consente di superare la frammentazione tradizionale, creando un sistema continuo e coerente.”
Il concetto di grid to chip racconta bene ciò che sta accadendo. L’energia entra dalla rete, viene trasformata e distribuita, arriva ai server e infine deve alimentare in modo estremamente preciso CPU e GPU e in mezzo, ogni inefficienza pesa.
Più potenza significa anche molto più calore
Se la disponibilità elettrica rappresenta una parte del problema, l’altra riguarda inevitabilmente il calore.
Con l’aumento della potenza concentrata nei rack, il tradizionale raffreddamento ad aria comincia a mostrare i propri limiti. È qui che il liquid cooling smette progressivamente di essere una tecnologia riservata agli hyperscaler per entrare anche nel dibattito enterprise.
Laura Ippolito è molto netta su questo punto: “L’aumento della densità di potenza generato dall’AI sta già determinando il passaggio dai tradizionali sistemi ad aria a soluzioni di liquid cooling. I nuovi server AI producono molto più calore rispetto al passato e richiedono infrastrutture di raffreddamento avanzate, rendendo il liquid cooling sempre più strategico anche al di là degli ambienti hyperscale.”
Questo significa che la progettazione del data center non potrà più considerare separatamente server, alimentazione e cooling.
Il futuro va verso una maggiore integrazione tra la logica grid to chip e quella chip to chiller: partire dalla rete elettrica, arrivare al processore e contemporaneamente gestire il percorso inverso del calore prodotto dal processore verso i sistemi di raffreddamento.
È una trasformazione che costringe vendor e integratori a ragionare in termini di sistema e non più di singoli componenti.
Efficienza e resilienza devono crescere insieme
A questo punto emerge una domanda inevitabile: come conciliare l’aumento della potenza richiesta dall’AI con l’esigenza di ridurre consumi e impatto ambientale?
Per anni efficienza e disponibilità sono state percepite, almeno in parte, come esigenze contrapposte. Oggi questa separazione sta diventando difficilmente sostenibile.
Secondo Filippo Praticò, il compromesso può essere superato attraverso infrastrutture più intelligenti. “Efficienza energetica e resilienza non sono in contrasto: possono procedere insieme grazie a infrastrutture intelligenti, gestione dinamica dell’energia e tecnologie di raffreddamento più efficienti. La sfida è progettare il data center in modo olistico, ottimizzando i consumi senza compromettere continuità operativa, disponibilità e affidabilità.”
La continuità resta infatti fondamentale. La Global Data Center Survey 2026 di Uptime Institute indica che diminuisce la quota di operatori che dichiara outage con impatto significativo, ma segnala contemporaneamente come circa un’interruzione su dieci venga ancora classificata come seria o severa e come i costi degli outage continuino a crescere.
La maggiore densità rende il tema ancora più importante. Se all’interno di un singolo rack vengono concentrate potenze molto maggiori, anche un’interruzione circoscritta può generare conseguenze più rilevanti.
La resilienza, quindi, non è più semplicemente un tema legato all’UPS. Diventa una proprietà dell’intera architettura.
Sostenibilità, dai proclami ai numeri
Lo stesso ragionamento vale per la sostenibilità.
Per molto tempo il settore ha parlato soprattutto di PUE, energie rinnovabili e riduzione dei consumi. Ora la sostenibilità sta diventando sempre più misurabile e regolamentata.
L’articolo 12 della Direttiva europea 2023/1791 sull’efficienza energetica stabilisce che i proprietari e gestori di data center con una potenza IT installata di almeno 500 kW devono rendere disponibili annualmente le informazioni previste dalla normativa.
Non si tratta di informazioni marginali. L’allegato VII della stessa direttiva comprende indicatori relativi, tra gli altri aspetti, a consumo energetico, utilizzo della potenza, temperature operative, recupero del calore, consumo d’acqua e utilizzo di energia rinnovabile.
Il passaggio è significativo perché trasforma la sostenibilità da dichiarazione di principio a insieme di KPI misurabili.
La Commissione europea ha inoltre istituito una banca dati europea per raccogliere le informazioni relative alle prestazioni energetiche e all’impronta idrica dei data center, mentre il Regolamento delegato UE 2024/1364 ha definito indicatori armonizzati per il reporting.
La direzione europea è quindi chiara: aumentare la trasparenza e creare le condizioni per confrontare meglio le prestazioni delle infrastrutture.
La Commissione indica esplicitamente tra gli obiettivi la riduzione dei consumi di energia e acqua, il maggiore utilizzo delle rinnovabili, l’efficienza della rete e il riutilizzo del calore di scarto.
Per il canale questo significa una cosa molto concreta: cresce il valore delle piattaforme di monitoraggio, DCIM, energy management e analytics.
Anche Schneider Electric collega strettamente sostenibilità e integrazione. Infatti, Ippolito precisa: “La conciliazione avviene attraverso due fattori principali: la capacità di integrare tecnologie, software e servizi lungo tutto il ciclo di vita del data center e l’attenzione verso la realizzazione di infrastrutture più efficienti dal punto di vista energetico.”
Una logica che porta a guardare all’intera catena.
“La nostra offerta di soluzioni end to end copre ogni necessità from grid to chip, from chip to chiller, permettendo di ottenere massima efficienza, controllo dell’infrastruttura e dei relativi consumi in un’ottica di attenzione alla sostenibilità e alle prestazioni di ogni elemento.”
E la pressione sulla misurazione è destinata ad aumentare. Uptime Institute rileva nel 2026 un incremento delle organizzazioni che raccolgono metriche di sostenibilità e segnala che oltre la metà degli operatori intervistati monitora ormai anche il consumo d’acqua.
Ma il data center è anche una questione di sicurezza
Finora abbiamo parlato di energia e raffreddamento. Ma la trasformazione del data center è anche profondamente software.
UPS, sistemi di cooling, piattaforme DCIM, BMS e apparati di distribuzione energetica sono sempre più connessi, monitorati e controllati attraverso software.
E ciò che viene connesso deve essere anche protetto ed è qui che cybersecurity e infrastruttura fisica cominciano a sovrapporsi.
La NIS2 contribuisce ad accelerare questa convergenza. Il Regolamento di esecuzione UE 2024/2690 comprende esplicitamente tra i soggetti interessati i fornitori di servizi di data center, insieme a cloud provider, CDN, MSP, MSSP e altri operatori dell’infrastruttura digitale.
Non si tratta soltanto di protezione della rete.
Le indicazioni tecniche pubblicate da ENISA per l’implementazione della NIS2 affrontano temi come risk management, incident handling, business continuity, crisis management, supply chain security, access control, asset management e sicurezza fisica e ambientale.
Questo amplia inevitabilmente la prospettiva. Un sistema di gestione energetica, una piattaforma DCIM o un sistema di cooling connesso non possono essere considerati semplicemente apparati infrastrutturali. Fanno parte dell’ecosistema digitale dell’azienda e, come tali, devono essere governati anche dal punto di vista cyber.
Business continuity, incident management, sicurezza della supply chain e protezione fisica non possono quindi essere affrontati come capitoli completamente separati.
Per i system integrator significa inserire la security by design già nella fase progettuale.
Un data center altamente efficiente ma vulnerabile sotto il profilo cyber è incompleto. Esattamente come sarebbe incompleto un data center estremamente sicuro ma incapace di garantire continuità, scalabilità o sostenibilità. La parola chiave torna quindi a essere integrazione.
Privacy e sovranità cambiano le domande da fare al cliente
C’è poi una trasformazione meno visibile, ma altrettanto importante: quella legata ai dati.
Con GDPR, crescita del cloud, AI e crescente attenzione alla sovranità digitale, la domanda “dove gira il workload?” non può più ricevere una risposta esclusivamente tecnica.
Sul piano normativo occorre però fare una distinzione importante: il GDPR non impone in via generale che i dati personali restino fisicamente nell’Unione europea.
Stabilisce invece garanzie specifiche quando i dati personali vengono trasferiti al di fuori dello Spazio economico europeo.
La Commissione europea ricorda che, in questi casi, la protezione deve continuare ad accompagnare il dato attraverso strumenti quali decisioni di adeguatezza, clausole contrattuali standard e altri meccanismi previsti dalla normativa.
Per chi progetta un’infrastruttura questo significa conoscere non soltanto dove siano memorizzati i dati, ma anche chi possa accedervi, attraverso quali soggetti vengano trattati, quali trasferimenti internazionali possano avvenire e quali garanzie siano applicabili.
Il data center diventa quindi anche un elemento di governance del dato.
Questo apre un terreno molto interessante per system integrator e consulenti perché la progettazione infrastrutturale può essere collegata ad assessment di compliance, data governance e sovranità.
Il progetto non parte più soltanto dal dimensionamento dei server, ma dalle esigenze del business, dalla classificazione dei dati e dagli obblighi normativi del cliente.
Il Data Act porta la portabilità dentro l’architettura
Un ulteriore tassello arriva dal Data Act europeo, che modifica anche il rapporto tra clienti e fornitori di servizi di elaborazione dati.
La Commissione europea sottolinea che i provider devono rimuovere gli ostacoli che impediscono ai clienti di passare a un altro fornitore o di utilizzare contemporaneamente più servizi.
Per le piattaforme PaaS e SaaS sono previste anche misure volte a favorire l’esportazione dei dati in formati comunemente utilizzati e leggibili dalle macchine, mentre per l’IaaS la normativa introduce il principio della functional equivalence nel passaggio tra servizi dello stesso tipo.
C’è poi una data particolarmente significativa: dal 12 gennaio 2027 il Data Act prevede la completa eliminazione delle switching charge, comprese le tariffe per l’uscita dei dati.
È un dettaglio apparentemente commerciale che, in realtà, può avere conseguenze tecniche rilevanti.
Se il cliente deve poter cambiare più facilmente provider, la portabilità deve essere presa in considerazione fin dalla fase progettuale.
Architetture troppo dipendenti da una singola piattaforma rischiano quindi di diventare meno flessibili, mentre acquistano importanza interoperabilità, multicloud, standard aperti e capacità di migrazione.
Ancora una volta, il system integrator passa dal ruolo di fornitore di tecnologia a quello di architetto dell’infrastruttura.
Il partner non può più conoscere soltanto l’IT
È probabilmente questo il punto nel quale la trasformazione del data center incontra più direttamente il canale.
La crescente complessità rende sempre meno sufficiente una competenza verticale.
Chi progetta infrastrutture AI-ready deve conoscere contemporaneamente computing, power management, cooling, networking, cybersecurity, automazione e software di gestione.
Per Filippo Praticò, il cambiamento del ruolo dei partner è già evidente. “System integrator e partner di canale avranno un ruolo sempre più strategico nella trasformazione dei data center, diventando veri e propri consulenti tecnologici capaci di integrare infrastrutture, energia, raffreddamento, networking e software.”
Non si tratta quindi soltanto di saper installare tecnologie. “Il valore del partner non sarà quindi solo nell’implementazione tecnologica, ma nella loro capacità di aiutare i clienti a costruire infrastrutture più resilienti, efficienti e pronti a evolvere.” Più il progetto diventa complesso, più aumenta infatti il valore della consulenza e diminuisce quello della semplice rivendita.
Formazione e reference design diventano strategici
La difficoltà, naturalmente, sta nelle competenze. Non tutti i partner che oggi lavorano nel data center possiedono già conoscenze approfondite di liquid cooling, alta densità, gestione energetica e AI infrastructure.
La questione delle competenze non riguarda peraltro soltanto il canale italiano. Anche l’Uptime Institute Global Data Center Survey 2026 segnala che più della metà degli operatori intervistati incontra difficoltà nel reperire candidati qualificati per le posizioni aperte, mentre la retention del personale rimane un problema per il settore.
Per questo la formazione dei partner assume un ruolo crescente. Ippolito spiega: “Servono competenze nella progettazione di ambienti AI-ready che includano la distribuzione dell’energia ad alta densità, il liquid cooling e la capacità di integrare diverse tecnologie con un approccio olistico al data center.”
Da qui l’importanza dei programmi di formazione e soprattutto dei reference design sviluppati insieme ai principali attori tecnologici.
“Modelli di riferimento realizzati in collaborazione con i principali key players del settore, come NVIDIA, agevolano la progettazione di infrastrutture già compatibili con le evoluzioni tecnologiche delle loro roadmap.” afferma la manager.
La rapidità con la quale evolve l’AI rende infatti rischioso progettare guardando soltanto alle esigenze attuali.
Un’infrastruttura installata oggi dovrà probabilmente ospitare generazioni di sistemi molto differenti tra pochi anni.
Dal progetto una tantum ai servizi continuativi
Tutto questo modifica anche il modello di business del partner.
Nel data center tradizionale una parte importante del valore poteva essere concentrata nella vendita e nell’installazione dell’infrastruttura.
Il nuovo scenario permette invece di sviluppare servizi lungo tutto il ciclo di vita.
Si parte dall’assessment: quanta capacità elettrica è disponibile? Il raffreddamento è sufficiente? Il data center può ospitare nuovi workload AI? Quali sono i colli di bottiglia?
Poi arrivano progettazione, deployment e integrazione.
Ma il rapporto può continuare attraverso monitoraggio energetico, manutenzione predittiva, capacity planning, ottimizzazione del PUE, security assessment, compliance e gestione dell’infrastruttura.
È qui che per system integrator e MSP può nascere una nuova componente di ricavi ricorrenti.
Il valore non è più soltanto nella tecnologia installata, ma nella capacità di mantenerla efficiente, sicura e conforme nel tempo.
Il digital twin porta la progettazione nel futuro
Un’altra tecnologia destinata ad avere un ruolo crescente è il digital twin.
La possibilità di costruire un gemello digitale del data center permette di simulare il comportamento dell’infrastruttura prima ancora della sua realizzazione.

Per Laura Ippolito, questa capacità sarà particolarmente importante proprio perché le generazioni di sistemi AI si susseguono molto rapidamente.
“Le nuove piattaforme AI vengono introdotte con cicli di 12-18 mesi e impongono di progettare oggi infrastrutture capaci di supportare esigenze future in termini di potenza, raffreddamento, automazione e continuità operativa.”
Il gemello digitale può aiutare proprio in questa fase. “Il digital twin, il gemello digitale AI, permette di simulare il comportamento dell’infrastruttura IT AI prima della sua realizzazione permettendo di prevenire l’insorgere di eventuali criticità e di validare il progetto prima della costruzione.”
Per il system integrator significa poter spostare ulteriormente il proprio valore dalla fase esecutiva verso quella consulenziale e progettuale.
E se l’energia dovesse produrla il data center?
C’è infine uno scenario che mostra quanto profondamente possa cambiare il mercato: il bring your own power.
Se le reti elettriche non saranno in grado di sostenere completamente la crescita della domanda, alcuni operatori potrebbero dover integrare sistemi di generazione energetica direttamente nei siti.
“L’aumento della domanda potrebbe spingere gli operatori a dotarsi di sistemi di produzione locale. È in questo scenario che emerge il concetto di ‘bring your own power’, ovvero la capacità di generare energia direttamente in sito.” osserva Praticò.
È un concetto che mostra bene quanto siano ormai sfumati i confini del data center.
La progettazione informatica incontra quella energetica. La gestione del workload incontra il cooling. La cybersecurity incontra la protezione dell’infrastruttura fisica. La compliance incontra la scelta dell’architettura.
E il partner deve riuscire a muoversi tra tutti questi livelli.
Non vince il data center più potente, ma quello più governabile
La vera trasformazione del data center, quindi, non coincide semplicemente con l’aumento della capacità computazionale.
Il punto non sarà soltanto avere più GPU o rack più densi.
La vera differenza sarà riuscire a costruire infrastrutture capaci di crescere senza perdere il controllo di energia, sicurezza, dati, continuità operativa e sostenibilità.
Per i vendor significa passare sempre più dalla logica del prodotto alla logica della soluzione integrata.
Per system integrator, reseller e MSP significa invece entrare più profondamente nella progettazione e nella gestione dell’infrastruttura del cliente.
Ed è probabilmente qui che si trova la principale opportunità per il canale.
Perché più il data center diventa complesso, più aumenta la necessità di qualcuno capace di trasformare quella complessità in un progetto coerente.
In futuro non sarà sufficiente domandarsi quanto è potente un data center.
Bisognerà sapere quanto è resiliente, quanto consuma, quanto è sicuro, dove conserva e tratta i dati, quanto velocemente può cambiare e quanto è realmente governabile.
Ed è su queste domande, molto più che sulla semplice potenza di calcolo, che si giocherà la trasformazione del data center dei prossimi anni.






