Uscire dalla comfort zone per crescere, imparare a leggere i dati senza rinunciare all’intuito e costruire una leadership fondata su coerenza, condivisione e capacità di adattarsi al contesto.
È il filo che attraversa il percorso professionale di Marco Del Plato, Senior Manager, Systems Engineering, Italy di Nutanix.
Nelle sue risposte emerge l’idea di un manager che non separa competenze e dimensione personale: l’esperienza serve a dare metodo alle decisioni, ma senza cancellare quella componente umana che consente di interpretare ciò che i numeri, da soli, non riescono a spiegare.
Il cambiamento, soprattutto nell’ICT, è per Del Plato insieme necessità e opportunità.
Per affrontarlo servono curiosità, disponibilità a imparare dagli altri e una cultura della conoscenza condivisa, perché competenze trattenute nel perimetro individuale difficilmente generano valore per il team.
Anche la leadership cambia con la maturità dell’organizzazione: nelle fasi di crescita conta indicare una direzione, mentre nelle aziende più strutturate diventano centrali metodo, disciplina e chiarezza nell’esecuzione.
Accanto alla dimensione professionale affiora però un principio altrettanto netto: fermarsi, ogni tanto, è necessario.
La campana tibetana sulla scrivania diventa così il simbolo di un approccio che invita a rimettere problemi e ambizioni nella giusta prospettiva.
E se c’è un segno che Marco Del Plato vorrebbe lasciare, non riguarda soltanto risultati e quote di mercato, ma il ricordo di una persona sincera, coerente e capace di dare tutto ciò che poteva al proprio team.
Marco Del Plato, qual è stata la decisione professionale più difficile della sua carriera? E cosa le ha insegnato su sé stesso?
Le decisioni professionali più difficili sono sempre state quelle che mi hanno portato fuori dalla mia comfort zone. Ma sono anche quelle che mi hanno insegnato di più: se rimani dove ti senti al sicuro, difficilmente cresci.
Mi è successo in particolare durante la mia prima vera esperienza lavorativa. Avevo trovato un ambiente in cui stavo bene e un gruppo di persone con cui c’era grande sintonia. Decidere di lasciare tutto questo per vedere cosa ci fosse “fuori dal cancello” dell’azienda è stata una scelta che mi è pesata. Alla fine, però, si è rivelata fondamentale per il mio percorso.

Quanto della persona che è oggi deriva dalle esperienze professionali e quanto invece dal suo carattere?
Credo sia un misto delle due cose. La base sei tu: il tuo carattere, il tuo vissuto, il contesto da cui provieni. Ma ci sono molti aspetti sui quali puoi lavorare, migliorare e, in parte, cambiare.
Per esempio, con l’esperienza impari a non lasciarti guidare sempre e soltanto dall’istinto, ma a supportare le tue scelte con ragionamenti e dati.
Allo stesso tempo, però, penso sia indispensabile mettere qualcosa di sé in ciò che si fa. Altrimenti si rischia di diventare delle macchine e, a quel punto, potrebbe bastare l’intelligenza artificiale. Quindi direi che la persona che sono oggi nasce proprio dall’equilibrio tra queste due componenti.
C’è un errore che col senno di poi considera particolarmente importante per la sua crescita manageriale?
Non riesco a individuare un errore preciso. Sicuramente ci sono state scelte che avrei potuto fare diversamente e, come tutti, di errori ne avrò commessi molti.
Il punto è che non ho la controprova: non posso sapere se, comportandomi in un altro modo, oggi sarei in una posizione diversa o affronterei la vita diversamente.
Per questo non c’è un singolo errore che riesca a identificare come determinante per la mia crescita manageriale. Di sicuro continuo a sbagliare, magari proprio accettando di fare questa intervista!
Quando deve prendere una decisione complessa, si affida di più ai dati, all’esperienza o all’intuito?
Per me deve essere un mix di tutti e tre. Ho bisogno dei dati per supportare una decisione, ma i dati vanno interpretati attraverso l’esperienza: se non sai leggerli, rischiano di rimanere semplicemente numeri fini a sé stessi.
Poi serve anche un pizzico di intuito. I dati ti offrono una determinata prospettiva, ma quando provi ad allargare lo sguardo a 360 gradi rimane sempre qualcosa di imponderabile.
Ed è lì che entrano in gioco esperienza e intuito, quella componente personale che, almeno per ora, continua a distinguerci dall’intelligenza artificiale.
Qual è la qualità che apprezza maggiormente nelle persone con cui lavora e quale comportamento, invece, fatica maggiormente ad accettare?
Apprezzo molto le persone capaci di condividere le proprie esperienze in modo costruttivo e di fare squadra.
Fatico invece a lavorare con chi considera le proprie informazioni o competenze come qualcosa da custodire esclusivamente per sé.
Una conoscenza che non viene condivisa, secondo me, finisce per essere poco utile persino a chi la possiede. E sicuramente non porta valore al team e all’azienda. La mancanza di apertura e di condivisione è quindi uno degli atteggiamenti che accetto con più difficoltà.
Un manager oggi deve essere soprattutto competente, visionario o capace di ascoltare?
Dipende molto dal contesto e dalla fase in cui si trova l’azienda. In un’organizzazione in forte crescita, probabilmente il manager deve essere soprattutto visionario: deve contribuire a indicare una direzione quando ancora non è del tutto chiaro dove l’azienda potrà arrivare.
Quando invece l’organizzazione diventa più matura e strutturata, anche il modo di guidarla deve evolvere. La visione rimane importante, ma servono più metodo e disciplina: deve essere chiaro chi fa cosa e come tradurre gli obiettivi aziendali in azioni concrete.
Penso alla mia esperienza in Nutanix. Dieci anni fa eravamo pochissime persone e l’idea di ciò che l’azienda sarebbe diventata era ancora embrionale: serviva qualcuno capace di indicare il percorso. Oggi Nutanix è molto più strutturata e, di conseguenza, anche lo stile manageriale deve adattarsi.
Nel settore ICT tutto cambia molto velocemente. Lei personalmente come vive il cambiamento: come opportunità, necessità o anche come fonte di inquietudine?
Direi soprattutto come un’opportunità e, allo stesso tempo, come una necessità. Ormai considero il cambiamento parte integrante del nostro settore.
Se non ci fosse questa continua evoluzione, probabilmente molte aziende ICT e molte delle professioni che vi ruotano intorno non avrebbero la stessa ragione di esistere.
Un po’ di inquietudine può esserci, soprattutto oggi, perché non è sempre chiaro fin dove l’innovazione potrà portarci.
Ma credo sia una sensazione comune, che non riguarda soltanto chi lavora nell’ICT. Nel complesso, però, continuo a considerare il cambiamento una grande opportunità.

C’è una persona, incontrata nella sua carriera o nella vita privata, che ha modificato profondamente il suo modo di vedere il lavoro?
Il primo manager con cui ho avuto il piacere di lavorare, tanti anni fa. È rimasto per me un punto di riferimento soprattutto per la sua capacità di tirare fuori il 100% dalle persone, comprendendone caratteristiche e potenzialità e mettendole nelle condizioni migliori per esprimerle.
Mi piace usare un paragone: esistono le Ferrari ed esistono le Panda, ma nel contesto giusto entrambe possono essere la scelta migliore.
La vera capacità sta nel capire dove e come utilizzare al meglio le caratteristiche di ciascuno. È una qualità che gli ho sempre invidiato e che, nel tempo, ho cercato di “rubargli” e farla mia.
Quando incontra un giovane all’inizio della carriera, qual è il consiglio che sente di dargli più spesso?
Imparare il più possibile. Quando si ha l’opportunità di lavorare in un’azienda e in un settore come il nostro, bisogna cercare di “rubare”, in senso positivo, conoscenze ed esperienze alle persone che ci circondano.
Il consiglio è di non limitarsi mai al proprio perimetro. Il nostro settore cambia così velocemente che non si può sapere quale informazione o competenza potrà tornare utile domani.
Aziende di questo tipo offrono un grande vantaggio: se hai voglia di imparare, puoi farlo praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro. Naturalmente, ogni tanto è consigliabile fare anche il lavoro per cui si è pagati!
A parte i risultati economici, crescita delle aziende, quote di mercato, quale vorrebbe fosse il segno lasciato dal suo passaggio in azienda?
Mi piacerebbe che, quando arriverà il momento di fare altro, per mia scelta o per scelta dell’azienda, i colleghi mi ricordassero innanzitutto come una persona sincera.
Vorrei anche sapessero che ho cercato di dare tutto quello che potevo, non soltanto per il risultato dell’azienda, ma anche per quello delle persone e del team con cui ho lavorato.
A volte ci sarò riuscito meglio, altre meno, ma mi piacerebbe che rimanesse la certezza che ci ho messo tutto l’impegno possibile.
Se fosse una tecnologia, quale sarebbe e perché?
Probabilmente qualcosa legato a Internet, perché ne riconosco soprattutto la capacità di connettere le persone e favorire la condivisione delle esperienze e delle conoscenze. È un grande facilitatore di relazioni, e questo è un aspetto in cui mi riconosco molto.
Se fosse un’innovazione tecnologica degli ultimi 50 anni, quale sceglierebbe?
Direi lo smartphone. È forse una risposta un po’ scontata, ma rappresenta bene quella capacità di mettere in connessione persone, informazioni ed esperienze che considero uno degli aspetti più importanti della tecnologia.
Se fosse un oggetto presente sulla sua scrivania, quale sarebbe?
Sulla mia scrivania c’è una campana tibetana. La sceglierei perché mi ricorda che, ogni tanto, bisogna fermarsi.
Viviamo e lavoriamo a una velocità tale da rischiare di diventare anche noi una semplice parte del sistema, quasi delle macchine. I
o, invece, a volte sento il bisogno di fermarmi e riflettere su quello che sto facendo e sulla direzione che sto prendendo.

Se fosse una città, quale sarebbe quella che meglio rappresenta il suo carattere?
Mi piacerebbe essere New York. Non so spiegare fino in fondo il motivo, ma ogni volta che ci torno sento un’energia che non ritrovo da nessun’altra parte.
Non è necessariamente una città semplice da vivere e, tra l’altro, non sono neppure un grande amante della folla.
Eppure la sua energia continua, il suo essere la città che non dorme mai, è qualcosa in cui mi riconosco in parte.
Se fosse un libro, un film o una canzone, quale sceglierebbe per raccontare qualcosa di sé?
Direi The Untouchables – Gli intoccabili, uno dei miei film preferiti.
Per me rappresenta un principio importante: il rispetto delle regole, ma anche la capacità di metterle in discussione quando è necessario.
Prima, però, bisogna dimostrare di saper giocare secondo quelle regole: se ritengo che una regola sia sbagliata, dimostro di conoscerla e di rispettarla rispettare e solo dopo cerco di cambiarla. È un approccio nel quale mi riconosco molto.
Se fosse una qualità indispensabile per un leader, quale sarebbe?
La coerenza. Mi è rimasto impresso un intervento di Julio Velasco in cui parlava proprio di questo: un leader può prendere una decisione che il team non comprende o non condivide, ma deve essere coerente.
Non si può usare un criterio con una persona e uno completamente diverso con un’altra. Le decisioni non possono dipendere dalle simpatie, dalle antipatie o dall’umore del momento. Per me la coerenza è alla base della credibilità di un leader.
Se fosse un mestiere completamente diverso da quello che svolge oggi, quale le piacerebbe fare?
Ci ho pensato molte volte e, in realtà, faccio fatica a trovare una risposta, perché mi considero fortunato: nel mio percorso ho scoperto professioni che, quando ho iniziato, non sapevo nemmeno esistessero. Il lavoro di system engineer, per esempio, mi è sempre piaciuto molto.
Se invece dovessi pensare a un mestiere diverso da quello che faccio oggi, probabilmente tornerei a ciò per cui ho studiato cioè fare l’ingegnere elettronico.
Curiosamente, conosco pochissimi ingegneri elettronici che poi abbiano fatto davvero quella professione.
Se fosse un momento della giornata, sarebbe l’inizio del mattino, il pieno della giornata o la sera? E perché?
La sera, senza dubbio. La mattina, almeno fino a una certa ora, vivo in un mondo tutto mio, mentre la sera riesco a essere molto più concentrato.
È così da sempre: anche quando studiavo, rendevo meglio la sera e qualche volta persino di notte. Probabilmente non è l’abitudine più consigliata, ma per me è sempre stato naturale. Per questo sceglierei la sera.
Se fosse una parola capace di descrivere il futuro dell’ICT, quale sceglierebbe?
“Necessario”. Anzi, sempre più indispensabile. L’Information Technology è ormai parte integrante dell’evoluzione del mondo. È difficile pensare a un’attività che possa davvero farne a meno, anche quando sembra molto lontana dal nostro settore.
Un idraulico ha bisogno della tecnologia per emettere una fattura o ricevere un pagamento; in agricoltura ci sono droni, trattori connessi e progetti basati sull’intelligenza artificiale. L’IT ormai è trasversale a ogni attività e lo diventerà ancora di più.
Se potesse mandare un messaggio al manager che era 20 anni fa, cosa gli direbbe?
Vent’anni fa non ero ancora un manager, ma a quel giovane che ero direi di usare più spesso la campana tibetana.
Ci sono momenti della vita in cui alcune cose ci sembrano enormemente più importanti e più gravi di quanto siano realmente. Fermarsi e metterle nella giusta prospettiva aiuta a vivere meglio e, soprattutto, a far vivere meglio le persone che ci stanno accanto.






