Andrea Sinopoli: leadership, dati e…quei cinque minuti per decidere

Andrea Sinopoli, Country Leader Italy di Oracle, racconta leadership, scelte, valori e passioni: dai dati all’ascolto, fino alla ricerca di equilibrio.

Andrea Sinopoli: leadership, dati e...quei cinque minuti per decidere

Una carriera non deve necessariamente procedere sempre verso l’alto. A volte sono proprio i passaggi laterali, le scelte meno scontate e persino i momenti apparentemente più difficili a costruire il manager che si diventerà.

È uno dei fili conduttori che attraversano il ritratto di Andrea Sinopoli, Country Leader Italy di Oracle, entrato in azienda subito dopo la laurea e cresciuto all’interno di quella che definisce una vera e propria “seconda casa”.

Nel suo modo di decidere il dato resta fondamentale, ma non basta: deve essere interpretato, messo alla prova attraverso il confronto e accompagnato dall’esperienza: l’intuito viene dopo.

Prima ancora, però, c’è la capacità di ascoltare, che Sinopoli considera una delle qualità decisive per chi guida un’organizzazione in un mercato tecnologico che cambia a velocità crescente.

Dietro il manager emergono poi dettagli più personali. Sulla scrivania conserva le impronte delle mani dei figli, un richiamo immediato alle priorità quando la pressione aumenta.

Si riconosce nel dinamismo di Milano, ma cerca equilibrio nella quiete delle Langhe. Se cambiasse completamente mestiere farebbe lo chef, professione nella quale vede convivere creatività, disciplina e precisione.

E mentre guarda all’Intelligenza Artificiale applicata alla ricerca medica come a una delle frontiere tecnologiche più affascinanti, al manager che era vent’anni fa manderebbe un messaggio molto concreto: concedersi cinque minuti in più per riflettere prima di decidere, senza perdere determinazione.

Un ritratto che racconta non soltanto come si guida un’azienda tecnologica, ma soprattutto come si costruisce, nel tempo, un proprio modo di essere leader.

Andrea Sinopoli qual è stata la decisione professionale più difficile della sua carriera e cosa le ha insegnato?

È stata una scelta affrontata circa un anno e mezzo fa. Mi trovai di fronte a una riorganizzazione in cui le prospettive immediate non sembravano combaciare con le mie aspettative dell’epoca. Ciò nonostante, scelsi di perseverare nel percorso assegnato, e nel tempo quella decisione si è rivelata estremamente vincente e gratificante.

Questa esperienza mi ha insegnato che la crescita professionale non segue necessariamente una linea retta o unicamente verticale. Talvolta, uno spostamento laterale o un passaggio interlocutorio permettono di sviluppare resilienza, affinare la capacità analitica e acquisire una visione d’insieme tale da consentire, successivamente, un salto di qualità ancora più significativo.

Quanto della persona che è oggi, Andrea Sinopoli, deriva dalle esperienze professionali e quanto invece dal suo carattere?

L’esperienza professionale maturata in Oracle, che ha rappresentato per me una vera e propria seconda casa, essendovi entrato subito dopo la laurea, ha inciso in maniera determinante. Valuterei l’impatto con un perfetto 50 e 50. Non si tratta, tuttavia, di un’equazione statica. Se da un lato ritrovo ancora oggi i miei tratti caratteriali d’origine, seppur smussati dal tempo e dalla maturità, dall’altro l’appartenenza a un’organizzazione complessa, articolata, ambiziosa e fortemente strutturata ha inevitabilmente modellato il mio modo di interpretare la realtà professionale.

Penso, ad esempio, alla capacità di ascolto sviluppata negli anni. Oracle è un’azienda che attribuisce un valore centrale all’inclusività e alla libertà d’espressione, a prescindere dal livello gerarchico o dal ruolo. Al contempo, operiamo in un contesto fortemente orientato ai risultati, in cui la cultura dell’impresa e dell’assunzione di responsabilità è imprescindibile: questo aspetto, forse, richiama maggiormente la mia indole personale.

Parlerei di una sintesi paritetica tra carattere ed esperienza, che negli anni — e con l’avanzare dei primi capelli bianchi — ho cercato di armonizzare al meglio.

Andrea Sinopoli: leadership, dati e...quei cinque minuti per decidere
Andra Sinopoli durante un evento Oracle

C’è un errore che col senno di poi considera particolarmente importante per la sua crescita manageriale?

Direi di no perché ritengo che ogni evento concorra ad arricchire il proprio bagaglio professionale.

Anche nel passato recente vi sono stati momenti in cui avrei potuto compiere scelte differenti, e le decisioni prese avrebbero potuto, a una lettura superficiale, sembrare deviazioni errate.

In realtà, ho compreso che anche i percorsi che appaiono inizialmente più impervi nascondono un valore inestimabile.

Vi sono salite che ti consentono di crescere direttamente all’interno dell’organizzazione, e altre che ti portano a scoprire strade alternative che altrimenti non avresti mai scorto. Per questa ragione non parlerei di errori, ma di tappe di un bilancio complessivamente e nettamente positivo.

Quando deve prendere una decisione complessa si affida maggiormente ai dati, all’esperienza o all’intuito?

Rappresentando Oracle, l’azienda informatica per eccellenza fondata sulla cultura del dato, sarebbe improprio affermare di affidarmi esclusivamente all’intuito.

Il dato è fondamentale, ma necessita di un’attenta interpretazione: a seconda di come viene analizzato, rischia talvolta di confermare ciò che ci si attende di vedere. Per questo motivo amo promuovere un confronto dialettico, avvalendomi di figure capaci di decodificare le informazioni da angolazioni diverse e non convenzionali. La condivisione e l’ascolto di prospettive eterogenee, dati alla mano, sono passaggi essenziali del mio processo decisionale.

Oltre al dato, l’altro pilastro imprescindibile è l’esperienza. Aver affrontato pluralità complesse — e saperne cogliere le ricorrenze — offre un vantaggio strategico inestimabile.

L’intuito, infine, rappresenta un valido supporto marginale nel nostro settore, ma non lo ritengo la variabile determinante per il successo di una scelta.

La qualità che apprezza nelle persone con cui lavora e quale comportamento fa più fatica ad accettare?

Attribuisco un valore primario alla dimensione etica e alla linearità di pensiero. La coerenza valoriale è un principio che guida la mia sfera sia personale sia professionale.

A prescindere dalle circostanze, dalle difficoltà o dalle opportunità, ogni azione deve essere aderente alla propria identità: ciò garantisce autenticità e consente di motivare sempre le proprie scelte di fronte agli altri.

Ricordo a questo proposito un insegnamento del mio primo mentore: «Qualsiasi decisione, se sostenuta da una solida razionalità esplicativa, è una decisione che non deve lasciare adito a rimpianti».

A questo associo l’imprescindibilità della trasparenza, fattore cruciale specialmente all’interno di un’organizzazione complessa e in un mercato esigente. Oggi non è sufficiente erogare l’eccellenza tecnologica; occorre conquistare e preservare la fiducia di clienti e partner. Alla lunga, la trasparenza è l’unico investimento che paga sempre.

Un manager, oggi, deve essere soprattutto competente, visionario o capace di ascoltare?

Porrei indubbiamente la capacità di ascolto in cima alle priorità. Stiamo attraversando una fase di trasformazione industriale estremamente repentina.

I trend emergenti e le dinamiche di mercato si evolvono con una velocità inaspettata, ampliando notevolmente l’arena dei competitor e dei partner tecnologici. Se un tempo l’innovazione era ad appannaggio di un ristretto oligopolio di player strutturati, oggi le repentine accelerazioni tecnologiche consentono anche a realtà nascenti e di piccole dimensioni di conquistare una rilevanza strategica straordinaria, basti pensare al fermento nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale.

In un contesto così fluido e affollato, l’ascolto diventa la competenza chiave per comprendere i reali bisogni del mercato e dei clienti. Le tecnologie, per quanto sofisticate, rimangono strumenti: ciò che fa la differenza è la capacità di far sentire il cliente pienamente compreso nella sua visione. Quando si instaura questa sintonia, la convergenza sui risultati è una conseguenza naturale.

Nel settore ICT tutto cambia molto velocemente. Lei personalmente come vive il cambiamento: come opportunità, necessità o anche come fonte di inquietudine?

Il cambiamento è per me una straordinaria fonte di stimolo, ben lontana dall’infondere inquietudine.

Guardando a vent’anni fa, quando intrapresi il mio percorso in Oracle, il mercato IT era indiscutibilmente più lineare e le dinamiche aziendali meno articolate. Con il tempo, le grandi acquisizioni e l’espansione del business hanno aumentato la complessità.

Tuttavia, trovo estremamente affascinante la sfida di mantenere il passo con un’innovazione che avanza a ritmi vertiginosi.  Ciò che più mi entusiasma, anche al di là del ruolo manageriale, è contemplare le nuove frontiere che la tecnologia saprà abbattere.

Pensiamo, ad esempio, all’impatto dell’Intelligenza Artificiale in campo medico e scientifico: si stima che i progressi dei prossimi dieci anni equipareranno quelli raggiunti nell’ultimo secolo. Assistere e contribuire a questa rivoluzione è motivo di grande energia e passione.

C’è una persona incontrata nella sua carriera o vita privata che ha modificato profondamente il suo modo di vedere il lavoro?

Più di una, senza dubbio. Sul piano professionale, una delle mie più grandi fortune, nonché il motivo principale della mia lunga militanza in Oracle, è stata l’opportunità di affiancare manager illuminati e brillanti.

Si è trattato di leader che hanno saputo concedermi lo spazio per sbagliare e apprendere dai miei errori, guidandomi non nell’imposizione di un metodo, ma nell’insegnarmi a osservare i problemi da angolature inedite, lasciandomi al contempo la piena autonomia decisionale. È un privilegio di cui sono profondamente grato.

Quando incontra un/a giovane all’inizio della carriera, qual è il consiglio che si sente di dargli/le?

Che la formula del successo è molto più semplice di quanto si tenda a credere. Al di là del talento, della brillantezza o delle circostanze favorevoli, la vera differenza è tracciata dall’impegno e dalla determinazione.

Il perseguimento tenace dei propri obiettivi, che superano il mero target aziendale per abbracciare una visione di crescita personale, deve rappresentare la bussola principale.

La prontezza e la dote intellettuale aiutano, ma sono la dedizione costante, la disciplina e la volontà di spendersi al massimo delle proprie possibilità a garantire, nel tempo, i ritorni più consolidati.

Tolti risultati economici, crescita e quote di mercato, quale vorrebbe fosse il segno lasciato dal suo passaggio in azienda?

Mi piacerebbe accreditare l’idea che Oracle non rappresenti soltanto una scelta tecnologica d’eccellenza, ma un partner di riferimento con cui i clienti desiderino strategicamente collaborare per trasformare il proprio business. Si tratta di una evoluzione.

Un conto è affermare una leadership di mercato basata sulla superiorità del prodotto; un altro è trasferire un valore tangibile fondato sull’ascolto, sulla fiducia reciproca e sull’etica professionale. Consolidare questa cultura di partnership nell’organizzazione è la legacy più importante che ambisco a lasciare.

Se fosse un’innovazione tecnologica degli ultimi cinquant’anni, quale sceglierebbe?

Rimanendo su un piano squisitamente tecnico, ed è una metafora su cui scherziamo spesso tra colleghi, sceglierei il Real Application Clusters (RAC) di Oracle. È la tecnologia che ha segnato una svolta nei database relazionali, ma soprattutto è ciò che garantisce l’architettura active-active: la capacità di rimanere costantemente operativo, resiliente e always on nella gestione dei carichi di lavoro.

Se invece dovessi guardare all’innovazione contemporanea e al suo impatto prospettico, vorrei identificarmi in un agente di Intelligenza Artificiale applicato alla ricerca medica e scientifica, capace di generare un valore concreto per la vita delle persone.

Andrea Sinopoli: leadership, dati e...quei cinque minuti per decidere
Andrea Sinopoli e Max Verstappen

Se fosse un oggetto presente sulla sua scrivania?

Sulla mia scrivania tengo sempre le impronte delle mani di mio figlio e di mia figlia, sono un richiamo costante ai valori primari e alla quotidianità, e nei momenti di gestione più complessa o durante le trattative più serrate, mi basta posare lo sguardo su di esse per ritrovare istantaneamente l’equilibrio e la corretta prospettiva.

Se fosse una città, quale sarebbe quella che meglio la rappresenta o rappresenta il suo carattere?

Riconosco in me un’indole dicotomica.

Da un lato c’è Milano, che incarna la mia visione del lavoro: il dinamismo, la cultura dell’impegno, il ritmo e la spinta verso l’obiettivo. 

Dall’altro lato, per bilanciare questa energia, trovo il mio ideale di decompressione e riflessione in un borgo delle Langhe, come Serralunga d’Alba. È il luogo del riallineamento interiore. Questa polarità descrive perfettamente il mio equilibrio.

Se fosse un libro, un film o una canzone quale sceglierebbe per raccontare qualcosa di se?

Sceglierei senz’altro la canzone Where the Streets Have No Name degli U2. È un brano che evoca una dimensione quasi ideale, infondendo un profondo senso di libertà, di apertura verso l’ignoto e di costante ricerca. Continua a trasmettermi una fortissima carica emotiva ogni volta che lo ascolto.

Se fosse una qualità indispensabile per un leader, quale sarebbe?

Mi ritrovo nel problem solving: l’attitudine a decostruire i problemi complessi e ad analizzarli da prospettive inedite per individuare soluzioni non ordinarie.

Ritengo che questa capacità analitica e strategica sia uno dei tratti più distintivi del mio approccio manageriale.

Se fosse un mestiere completamente diverso da quello che fa oggi, quale le piacerebbe fare?

Lo chef. Al di là della profonda passione personale per la gastronomia, l’alta cucina coniuga due aspetti apparentemente opposti della mia personalità: l’estro creativo e la fantasia da una parte; la rigida disciplina, il metodo scientifico e la precisione ingegneristica dall’altra. La sintesi di questi elementi la rende una professione che potrei abbracciare in un’altra vita.

Se fosse un momento della giornata, sarebbe l’inizio, il mattino, il centro della giornata o la sera?

La sera perché è la fase in cui si traccia il consuntivo della giornata e si schiude uno spazio di maggiore riflessività. Al contempo, racchiude una dimensione conviviale e informale, in cui è piacevole prolungare il tempo della condivisione e dell’approfondimento con le persone a cui si è legati, recuperando quella qualità di relazione che i ritmi diurni talvolta comprimono.

Se fosse una parola per descrivere il futuro del mercato ICT?

Sceglierei la parola Opportunità. Stiamo abbattendo i confini tecnologici con una rapidità mai vista prima. Se sapremo incanalare queste innovazioni verso finalità di reale valore sistemico, anziché cedere a meri esercizi di stile, il futuro ci riserverà prospettive di sviluppo straordinarie.

Se potesse mandare un messaggio al manager che era vent’anni fa, cosa gli direbbe?

Gli direi che, alla fine, il bilancio è decisamente positivo. Citando il titolo dell’autobiografia di Anthony Hopkins: “We Did OK, Kid”. Aggiungerei soltanto un consiglio: approccia le scelte con maggiore ponderazione, concediti cinque minuti di riflessione in più prima di agire e prosegui con determinazione. Quella stessa tenacia ti condurrà verso traguardi di profonda soddisfazione professionale e umana.