L’industria italiana delle macchine utensili, dei robot e dell’automazione prova a rimettersi in movimento dopo un 2025 caratterizzato dalla debolezza delle esportazioni e da una produzione rimasta sostanzialmente stabile.
Le previsioni per il 2026 indicano un miglioramento diffuso, seppure ancora contenuto, sostenuto soprattutto dalla domanda interna e dall’avvio effettivo dell’iperammortamento.
Il quadro presentato durante l’Assemblea di UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE restituisce l’immagine di un comparto ancora esposto alle tensioni geopolitiche, alla debolezza dell’industria europea e alle difficoltà dell’automotive, ma pronto a intercettare la ripartenza degli investimenti in innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale.
Un 2025 frenato dalle esportazioni
Nel 2025 la produzione italiana di macchine utensili, robot e sistemi di automazione si è attestata a 6,391 miliardi di euro, con una crescita limitata all’1% rispetto all’anno precedente.
Un risultato che ha interrotto il forte arretramento registrato nel 2024, quando il valore prodotto dal settore era diminuito del 16,9%, ma che non ha rappresentato una vera inversione di tendenza.
A pesare è stato soprattutto l’export, sceso del 12% a 3,760 miliardi di euro. La quota delle esportazioni sulla produzione è così passata dal 67,5% del 2024 al 58,8% del 2025, segnalando un deciso ridimensionamento dell’attività sui mercati internazionali.
Nonostante la congiuntura sfavorevole, l’Italia si è confermata quinta al mondo per produzione e consumo di macchine utensili e quarta per esportazioni, mantenendo una posizione di primo piano all’interno della manifattura avanzata internazionale.
Stati Uniti primo mercato, crollano Germania e Cina
Gli Stati Uniti sono rimasti il principale mercato di destinazione delle tecnologie italiane, con esportazioni per 572 milioni di euro, in calo del 9%. Più marcata la flessione della Germania, scesa del 24,9% a 274 milioni, mentre la Francia ha mantenuto una sostanziale stabilità, con un incremento dello 0,2% a 204 milioni.
Tra i mercati in crescita si sono distinti la Polonia, salita dell’11,2% a 188 milioni, e il Brasile, avanzato del 15,9% a 84 milioni. Particolarmente pesante, invece, la contrazione della Cina, dove le vendite italiane sono diminuite del 54,1%, fermandosi a 110 milioni di euro. In arretramento anche Turchia, India, Messico e Spagna.
Secondo il presidente di UCIMU, Riccardo Rosa, i dazi statunitensi hanno prodotto un impatto finora gestibile, anche perché il mercato americano continua ad avere bisogno di macchine avanzate, personalizzate e non sempre disponibili presso i costruttori locali. Le barriere commerciali hanno tuttavia penalizzato i prodotti direttamente confrontabili con quelli statunitensi e generato effetti indiretti, tra cui l’aumento dei costi di alcune materie prime.
Il mercato interno torna a sostenere il comparto
A compensare parzialmente la frenata dell’export è stato il miglioramento del mercato italiano. Dopo due anni di calo, le consegne dei costruttori nazionali sono cresciute del 28,1%, raggiungendo 2,631 miliardi di euro.
Il consumo interno è aumentato del 22,3% a 4,534 miliardi, mentre le importazioni sono salite del 15,1% a 1,903 miliardi. La quota del consumo coperta dai produttori esteri è comunque scesa al 42%, contro il 44,6% dell’anno precedente. Il fatturato complessivo del settore si è fermato a 9,330 miliardi di euro.
Gli indicatori industriali mostrano però come la ripresa non sia ancora consolidata. L’utilizzo della capacità produttiva è passato dal 77,3% al 76,5%, mentre il portafoglio ordini ha garantito in media 6,3 mesi di produzione, contro i 6,5 mesi del 2024.
“Il 2025 è stato un anno complessivamente deludente”, ha osservato Rosa, indicando nel calo delle vendite estere e nelle incertezze legate a Transizione 5.0 i principali elementi che hanno condizionato le decisioni di investimento delle imprese.
Nel 2026 produzione attesa a 6,64 miliardi
Le previsioni elaborate dal Centro Studi & Cultura di Impresa di UCIMU indicano per il 2026 un ritorno in territorio positivo di tutti i principali indicatori. La crescita resterà tuttavia moderata e fortemente dipendente dall’andamento del mercato domestico.
La produzione dovrebbe raggiungere 6,640 miliardi di euro, con un aumento del 3,9%. Le esportazioni resteranno quasi ferme, crescendo dello 0,7% a 3,785 miliardi. La quota dell’export sulla produzione dovrebbe quindi scendere ulteriormente al 57%.
Le consegne dei costruttori italiani sul mercato nazionale sono previste in aumento dell’8,5%, fino a 2,855 miliardi, mentre il consumo dovrebbe raggiungere 4,870 miliardi, il 7,4% in più rispetto al 2025. Le importazioni sono stimate a 2,015 miliardi, con una crescita del 5,9%. Il saldo commerciale resterà positivo per 1,770 miliardi, pur registrando una flessione del 4,7%.
L’iperammortamento riattiva gli investimenti
Il principale elemento di fiducia è rappresentato dall’iperammortamento previsto dal nuovo piano di politica industriale. La misura, pienamente operativa attraverso la piattaforma del GSE, dovrebbe permettere alle imprese di programmare gli investimenti su un orizzonte temporale più ampio, superando almeno in parte l’incertezza che aveva caratterizzato l’applicazione di Transizione 5.0.
Il 2026 era iniziato con un calo del 29% degli ordini raccolti sul mercato interno nel primo trimestre. Secondo UCIMU, tuttavia, non si trattava di una scomparsa della domanda, ma di investimenti rimasti temporaneamente bloccati in attesa di indicazioni normative e procedure più chiare.
“La domanda italiana c’è, ma i clienti attendevano chiarezza per concretizzare gli ordini”, ha sottolineato Rosa. Con l’attivazione della piattaforma, l’associazione ha già rilevato un cambiamento nell’atteggiamento delle imprese utilizzatrici.
Un segnale significativo arriva dalle richieste di prenotazione delle risorse: secondo quanto emerso al Tavolo della Meccanica convocato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, circa il 90% delle domande presentate sarebbe riconducibile a investimenti in macchine utensili.

Geopolitica ed Europa restano le incognite
Sul fronte internazionale, il comparto continua a confrontarsi con uno scenario instabile. Alla debolezza della domanda europea si aggiunge la sostanziale scomparsa della Russia dalle destinazioni dell’export italiano. Nel 2013 il Paese rappresentava il quarto mercato di sbocco, con 177 milioni di euro, mentre dal 2023 è uscito dalle principali statistiche di settore.
Particolare preoccupazione suscita la crisi dell’industria automobilistica europea, una delle filiere più importanti per i produttori di tecnologie manifatturiere. UCIMU chiede alle istituzioni comunitarie di adottare un approccio fondato sulla neutralità tecnologica, conciliando gli obiettivi ambientali con la salvaguardia della capacità industriale e dell’occupazione.
Qualche segnale favorevole arriva dalla Germania, dove nel primo trimestre del 2026 gli ordini di macchine utensili sono aumentati del 15,1%, interrompendo una sequenza negativa durata tre anni. Una ripartenza dell’industria tedesca potrebbe produrre ricadute positive anche sui fornitori italiani inseriti nelle sue filiere globali.
Digitale e AI ridisegnano la fabbrica
La ripresa degli investimenti non riguarda soltanto la sostituzione degli impianti più datati. Per UCIMU, il rinnovamento del parco produttivo italiano è indispensabile per integrare automazione, raccolta dei dati, software industriale e intelligenza artificiale nei processi manifatturieri.
“Digitale e AI stanno ridisegnando le regole del gioco”, ha ricordato Rosa, evidenziando come la competitività futura dipenderà dalla capacità delle imprese di aggiornare continuamente tecnologie e competenze.
Il tema è stato affrontato anche durante l’Assemblea attraverso il confronto tra i giovani imprenditori Luca Dadone ed Elisa Stucchi, dedicato alle applicazioni dell’intelligenza artificiale e della realtà aumentata nella manifattura.
Tecnologie destinate a incidere sulla progettazione delle macchine, sulla manutenzione, sull’assistenza remota e sull’interazione tra operatori e sistemi produttivi.
La prevista crescita del 2026 resta quindi una ripartenza prudente, non ancora sufficiente a riportare il settore sui livelli raggiunti nel biennio 2021-2022.
La combinazione tra incentivi stabili, innovazione digitale e recupero della domanda europea potrà però offrire ai costruttori italiani lo spazio necessario per consolidare gli ordini e tornare a investire.






