La sovranità digitale è la condizione della competitività europea

Francesca Bria, UN Consultant, membro del Board dell’European Innovation Council e Honorary Professor presso l’UCL Institute for Innovation and Public Purpose di Londra ha parlato di sovranità digitale.

La sovranità digitale è la condizione della competitività europea

La sovranità digitale è la condizione della competitività europea.

E’ questo, in sintesi, il concetto che sta dietro all’intervento di Francesca Bria, UN Consultant, membro del Board dell’European Innovation Council e Honorary Professor presso l’UCL Institute for Innovation and Public Purpose di Londra, durante il Workday Horizon Milano.

Un intervento dal taglio geopolitico e industriale sull’intelligenza artificiale che ha visto al centro della sua analisi, una tesi netta: l’AI non è soltanto una tecnologia da adottare, ma una nuova infrastruttura strategica che ridisegna competitività, catene del valore, autonomia industriale e capacità delle imprese europee di restare protagoniste.

L’AI dentro una nuova geografia della competitività

Bria ha collocato il tema dell’intelligenza artificiale dentro un contesto globale segnato da guerre, tensioni commerciali, crisi energetiche, controlli sull’export di chip e crescente militarizzazione delle supply chain.

In questo scenario, ha ricordato, “la sicurezza economica è diventata indistinguibile dalla competitività”.

Da qui nasce il punto di partenza del suo ragionamento: “La sovranità digitale non è uno slogan”, ma la capacità di un sistema economico di mantenere autonomia sulle infrastrutture critiche che lo sostengono.

Per l’Europa, ha spiegato, questa autonomia diventa una precondizione per competere in tecnologie come AI, quantum, semiconduttori e cloud.

Il confronto globale è già in corso. Da una parte gli Stati Uniti, forti nella concentrazione di capitale, modelli, data center e piattaforme. Dall’altra la Cina, con una strategia industriale su larga scala, centrata su manifattura, materie prime, energia e applicazioni industriali.

L’Europa, secondo Bria, non è il primo player commerciale dell’AI né il principale attore industriale upstream, ma possiede tre asset distintivi: una base manifatturiera avanzata, dati industriali di qualità e una capacità scientifica di primo livello, sostenute da un quadro regolatorio più coerente rispetto ad altre aree del mondo.La sovranità digitale è la condizione della competitività europea

L’intelligenza artificiale non è immateriale

Uno dei passaggi più forti dell’intervento ha riguardato la natura fisica dell’AI.

Bria ha definito l’intelligenza artificiale “un’industria pesante mascherata da industria leggera”. Dietro modelli, agenti e software ci sono energia, acqua, chip, materie prime critiche, infrastrutture cloud e data center.

La conseguenza per le imprese è diretta. Le scelte tecnologiche e di sourcing compiute oggi avranno effetti nei prossimi dieci anni, perché ogni livello dello stack digitale è esposto a concentrazioni geografiche e rischi geopolitici.

Le decisioni di infrastruttura AI fatte oggi definiscono la struttura di costo e la strategia industriale dei prossimi dieci anni”, ha sottolineato Bria, invitando le aziende a essere strategiche e a diversificare le esposizioni.

Il tema non riguarda solo i grandi hyperscaler. Riguarda anche le imprese europee che adottano AI nei processi produttivi, nella logistica, nelle risorse umane, nella finanza, nell’IT e nei servizi.

Chi controlla infrastrutture, dati e competenze, infatti, cattura una quota maggiore del valore generato.

Dalla regolazione alla capacità industriale

L’Europa, ha ricordato Bria, ha costruito negli ultimi anni un impianto regolatorio unico al mondo, dal GDPR al Digital Services Act, dal Digital Markets Act all’AI Act.

Ma la fase attuale richiede un salto ulteriore: trasformare la leadership regolatoria in capacità industriale, tecnologica e competitiva.

L’AI Act è stato presentato come il primo quadro vincolante al mondo sull’intelligenza artificiale, fondato su un approccio basato sul rischio, sulla tutela dei diritti fondamentali, su regole per i modelli general purpose e su strumenti di accompagnamento come sandbox regolatorie e service desk per le imprese.

Per Bria questo quadro non è un freno, ma una garanzia. “Gli agenti AI che entrano nei processi di HR, finance e IT devono essere governabili, auditabili e rispettare le regole e le giurisdizioni di chi li usa”.

La certezza normativa, in questa prospettiva, può diventare stabilità di lungo periodo e quindi vantaggio competitivo.

Apply AI: dove l’Italia può generare valore

L’intervento ha poi spostato il focus sull’applicazione concreta dell’AI.

La domanda, ha spiegato Bria, non è inventare da zero nuovi settori, ma amplificare con l’intelligenza artificiale le filiere in cui l’Europa e l’Italia sono già forti.

Le aree prioritarie indicate sono manifattura avanzata, sanità e life science, mobilità e automotive, agroalimentare, pubblica amministrazione, scienza e deep tech.

In questi ambiti, l’AI può agire come leva per produzione intelligente, digital twin, manutenzione predittiva, diagnostica, servizi pubblici data-driven, agricoltura di precisione, tracciabilità, sostenibilità e ricerca di frontiera.

La direzione dell’AI è una scelta industriale”, ha detto Bria. Non si tratta di inseguire l’automazione come pura sostituzione, ma di costruire produttività, capacità e autonomia.

In questo senso, il modello europeo più coerente è quello della “Pro Worker AI”, un’intelligenza artificiale che amplia le competenze delle persone e valorizza l’expertise esistente nelle imprese.

Il capitale c’è, ma va mobilitato

Altro nodo decisivo è quello degli investimenti. Secondo Bria, l’Europa sta mobilitando risorse senza precedenti sull’AI, con circa 200 miliardi di euro tra capitale pubblico e privato.

A questi si aggiungono iniziative su AI Factories, Gigafactories, EuroHPC, fondi deep tech, programmi per scale-up e strumenti come l’European Innovation Council.

Il problema, però, non è solo la quantità di capitale disponibile. È la velocità con cui viene allocato, la capacità di trasformarlo in prodotti competitivi e la possibilità di superare la frammentazione del mercato europeo.

In Europa manca ancora una cultura del prodotto competitivo”, ha osservato Bria, indicando nella scala europea una condizione essenziale per far crescere startup, scale-up e campioni tecnologici.

Per le imprese italiane il messaggio è pragmatico. Il mercato AI nazionale cresce, ma l’adozione resta ancora disomogenea.

La vera sfida sarà passare da sperimentazioni e progetti pilota a soluzioni integrate nei processi aziendali, capaci di generare valore misurabile.La sovranità digitale è la condizione della competitività europea

Sovranità non significa isolamento

Uno dei punti più interessanti dell’intervento riguarda il significato di sovranità. Bria ha chiarito che sovranità digitale non vuol dire chiusura, protezionismo o autarchia tecnologica.

Al contrario, significa costruire partnership credibili in un ordine digitale più plurale, dove l’Europa possa cooperare senza dipendere completamente da altri blocchi geopolitici.

Sovranità non significa isolamento”, ha affermato. Significa avere la forza industriale, regolatoria, finanziaria e scientifica per sedersi ai tavoli internazionali da soggetto credibile.

Per questo servono standard aperti, interoperabilità, governance inclusiva, controllo sui dati e infrastrutture affidabili.La sovranità digitale è la condizione della competitività europea

Cosa cambia per le imprese

Nel finale Bria ha ricondotto il discorso alle aziende. La domanda non è più se l’AI cambierà il business, ma chi sarà pronto a catturare il valore che genera.

Per le imprese, l’AI deve diventare un “capability layer”, uno strato abilitante capace di amplificare competenze, processi e modelli di servizio.

Non un semplice strumento di taglio dei costi, né una leva di sostituzione automatica del lavoro. La competitività passerà dalla capacità di investire in innovazione, attrarre talento, formare competenze, usare capitale europeo per scalare e costruire partnership solide.

La conclusione dell’intervento sintetizza bene il tono dell’intera analisi: l’Europa ha capitale, scienza, industria e un mercato unico di 500 milioni di persone.

Ma deve trovare il coraggio di rischiare, innovare e costruire infrastrutture proprie. Perché, come ha ricordato Bria, “l’AI non è magia. È infrastruttura”.