Modernizzare lo storage non significa più soltanto aumentare capacità, performance o resilienza.
Il vero banco di prova, soprattutto negli ambienti enterprise, è diventato un altro: riuscire a trasferire applicazioni e dati verso nuove infrastrutture senza fermare il business.
Ed è proprio la migrazione dei dati a trasformarsi da passaggio tecnico spesso temuto dalle aziende a elemento strategico della trasformazione IT.
A porre l’accento sul tema è Donato Ceccomancini, Country Manager Italia di Infinidat, società del Gruppo Lenovo, secondo il quale l’evoluzione tecnologica sta mettendo a disposizione piattaforme storage sempre più performanti e affidabili, ma una parte delle aziende continua a rinviare i progetti di refresh proprio per la complessità associata al trasferimento dei dati.
La migrazione resta uno dei passaggi più delicati
Il problema è che spostare i dati da una piattaforma a un’altra non equivale semplicemente a copiarli. Il processo coinvolge applicazioni, database, sistemi di backup, procedure operative e i team chiamati a gestire l’infrastruttura.
Pianificazione, coordinamento e riduzione dei rischi diventano quindi componenti essenziali del progetto.
A rendere ancora più evidente la criticità è il fattore umano. Ceccomancini richiama un dato dell’Uptime Institute secondo cui oltre il 60% delle interruzioni dei servizi nei data center sarebbe riconducibile a errori umani o inefficienze nei processi operativi.
È anche per questo che, di fronte alla prospettiva di interventi lunghi e potenzialmente invasivi, alcune organizzazioni preferiscono rimandare il rinnovo dello storage.
Il punto, però, è che gli ambienti IT sono cambiati. Se dati e applicazioni devono essere disponibili 24 ore su 24, anche le operazioni di aggiornamento dell’infrastruttura devono poter avvenire senza introdurre interruzioni significative.

Dalla complessità all’automazione
È qui che automazione e orchestrazione assumono un ruolo centrale. Il mercato sta progressivamente adottando approcci che limitano gli interventi manuali e rendono il trasferimento dei dati il più possibile trasparente per utenti e applicazioni.
L’obiettivo non è soltanto fare prima. È ridurre quella complessità operativa che, per anni, ha frenato la modernizzazione dei data center.
Infinidat applica questo principio alle proprie piattaforme InfiniBox, consentendo la migrazione tra sistemi Infinidat senza interruzioni dei servizi e introducendo soluzioni per trasferire i dati anche da piattaforme storage di terze parti verso la propria infrastruttura.
“La migrazione dei dati smette di essere una delle fasi più critiche del ciclo di vita dell’infrastruttura”, osserva Ceccomancini, evidenziando come l’obiettivo sia trasformarla in un’attività sempre più ordinaria nell’evoluzione tecnologica dell’azienda.
Eliminare il momento critico dell’host cutover
Uno dei passaggi tradizionalmente più sensibili è l’host cutover, cioè il momento nel quale i server devono essere fermati e riconfigurati per indirizzarli verso il nuovo sistema di storage.
L’approccio descritto da Infinidat prevede invece l’integrazione trasparente di un’appliance all’interno della Storage Area Network, orchestrata dal software dell’azienda.
In questo modo viene meno la necessità di riavviare gli host durante il passaggio alla nuova infrastruttura, riducendo gli interventi manuali e i potenziali punti di errore.
Secondo le stime della società, questa metodologia permetterebbe di ridurre la durata complessiva dei progetti di migrazione di un fattore compreso tra otto e dieci volte rispetto agli approcci tradizionali.
Una nuova opportunità anche per il canale
Per partner, system integrator e service provider il tema apre uno spazio interessante.
La migrazione può diventare una componente sempre più importante dei progetti di modernizzazione infrastrutturale, spostando il confronto con il cliente dal semplice rinnovo dell’hardware alla continuità operativa, alla gestione del rischio e alla semplificazione del data center.
È un passaggio significativo anche dal punto di vista commerciale. Se il timore del downtime rappresenta uno dei principali freni al refresh tecnologico, ridurre questo rischio significa potenzialmente accelerare le decisioni di investimento e costruire progetti nei quali il valore del partner risiede nella capacità di accompagnare il cliente lungo l’intero percorso di trasformazione.
Il tema diventa ancora più rilevante in ambienti caratterizzati da infrastrutture eterogenee, nei quali il system integrator può assumere il ruolo di regista della migrazione, integrando tecnologie differenti e garantendo al cliente un percorso graduale verso nuove architetture.
Lo storage deve seguire il ritmo del business
La questione, in definitiva, va oltre lo storage. Le aziende hanno bisogno di modificare rapidamente le proprie infrastrutture senza trasformare ogni aggiornamento tecnologico in un progetto ad alto rischio.
Performance e capacità restano fondamentali, ma entrano in gioco nuovi parametri di valutazione: automazione, semplicità gestionale, resilienza e capacità di introdurre innovazione senza interferire con l’operatività aziendale.
“La vera trasformazione non consiste semplicemente nell’adottare nuove tecnologie”, conclude Ceccomancini, ma nel “rendere il cambiamento così fluido e trasparente da non essere più percepito come un rischio”.
Ed è probabilmente proprio questo il cambio di prospettiva più interessante per il mercato: la migrazione dei dati non più come ostacolo al refresh dello storage, ma come elemento abilitante della modernizzazione IT.






