Data Cube non è nata da un piano su carta, ma da una convinzione maturata in anni di lavoro.
Lorenzo Zanotto, co-fondatore dell’azienda, racconta che tutto è partito da una predisposizione personale nella gestione dei dati e da una domanda semplice ma radicale: come costruire un’impresa che metta davvero il dato al centro?
Il nome stesso, un richiamo al dato “alla terza”, rivela l’ambizione di gestire l’informazione in tutte le sue sfaccettature.
Data Cube si muove nell’ambito della distribuzione di prodotti e servizi legati a cybersecurity, data protection e compliance.
Ma Zanotto è preciso quando spiega che il perimetro non è quello del classico distributore di firewall e antivirus.
L’obiettivo è più ampio: aiutare i system integrator a costruire ecosistemi di sicurezza coerenti per i loro clienti, capaci non solo di prevenire gli attacchi ma anche di gestire le crisi e ripristinare i dati in tempi certi.
La consulenza come valore aggiunto
Il mercato della cybersecurity conta oggi circa 9.000 vendor a livello mondiale. Nessun singolo prodotto fa tutto, nessuno è il migliore in assoluto su ogni fronte.
Zanotto descrive questa frammentazione come la sfida principale che ogni system integrator si trova ad affrontare: scegliere tra un’offerta sterminata, guidare il cliente verso la soluzione giusta, e poi saper mettere insieme tecnologie diverse in modo che parlino tra loro. Qui sta la differenza che Data Cube vuole incarnare.
Data Cube ha scelto deliberatamente di partire da un vantaggio competitivo insolito: essere arrivati ultimi. Non avere contratti storici da proteggere significa poter cercare le tecnologie emergenti, quelle che ancora non sono nei listini dei distributori blasonati, e portarle ai partner prima che diventino commodity.
La consulenza è il filo conduttore. Data Cube non si limita a consegnare scatole, ma affianca i partner nell’installazione di tecnologie nuove, eroga servizi specializzati come analisi forensi e ambientali, e supporta i system integrator in attività che da soli non potrebbero offrire, come la copia forense di un PC compromesso da presentare in tribunale.

Due nuovi prodotti all’orizzonte: Cap2 e Pupau
Zanotto anticipa due distribuzioni che Data Cube annuncerà a breve, e che raccontano molto della direzione che l’azienda ha imboccato.
Il primo prodotto si chiama Cap2 e risponde a una trasformazione in corso nel modo in cui le persone cercano informazioni.
Se fino a poco tempo fa la risposta automatica era aprire Google, oggi una fetta crescente di ricerche avviene direttamente tramite agenti di intelligenza artificiale come ChatGPT o Claude.
Cap2 è un software pensato per “allenare” questi agenti, per influenzare il posizionamento di un brand all’interno delle risposte generate dall’AI. È, in sostanza, la SEO dell’era degli agenti intelligenti, un territorio ancora giovane, dove chi arriva prima ha un vantaggio reale.
Il secondo prodotto è Pupau, frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori italiani usciti dal Politecnico di Torino. Si tratta di un LLM privato, un modello linguistico che si installa sui server aziendali o in private cloud, permettendo alle organizzazioni di avere il proprio agente di intelligenza artificiale senza cedere i dati a piattaforme esterne.
La caratteristica che Zanotto sottolinea con più entusiasmo è la capacità di orchestrazione: Pupau può interfacciarsi con altri servizi AI già in uso in azienda, Copilot,
Gemini e altri, consolidandoli in un unico punto di controllo. E soprattutto fornisce statistiche dettagliate su quanti dati entrano e quanti escono dall’ecosistema aziendale, aprendo la strada a una governance dell’AI che oggi manca quasi ovunque.
La sovranità del dato
Quando si parla delle principali difficoltà che le imprese italiane incontrano nella gestione dei dati, Zanotto va dritto al punto.
Non è la quantità di dati il problema, e nemmeno la paura di essere attaccati, quella è ormai una certezza statistica, non un’ipotesi. La criticità vera è la fruibilità: sapere dove risiedono i propri dati, come vengono conservati, e in quanto tempo è possibile ripristinarli dopo un incidente.
Sul fronte della data protection, Data Cube lavora da anni con Syneto, una soluzione di storage iperconvergente che Zanotto descrive con una certa fierezza: nessuno dei clienti che la utilizza ha mai perso un dato, anche in caso di attacco ransomware andato a segno.
I backup immutabili e i tempi di ripristino garantiti sono diventati, nella sua visione, la vera assicurazione che un’azienda può avere contro il rischio informatico.
Sul fronte della sovranità, Data Cube distribuisce anche i servizi di Innovazione Digitale, provider cloud italiano con datacenter nel paese. Una risposta concreta per chi non vuole, o non può, affidarsi agli hyperscaler internazionali senza sapere esattamente dove finiscono i propri dati.
Compliance e normative
NIS2, DORA, GDPR: il panorama normativo si fa sempre più denso, e le aziende si trovano a dover rispettare regole la cui complessità tecnica spesso le supera.
Zanotto vede in questo contesto un’opportunità piuttosto che un peso. Gli strumenti che servono per la compliance, log management, asset management, network e client management, tracciabilità dei flussi interni, sono gli stessi che rendono un’infrastruttura più sicura.
Non si tratta di adempimenti separati dalla strategia di sicurezza, ma di due facce della stessa medaglia. C’è anche un aspetto comportamentale che Zanotto non manca di evidenziare: molti attacchi informatici non arrivano dall’esterno, ma si alimentano dall’interno attraverso l’uso improprio delle infrastrutture aziendali da parte degli stessi dipendenti. Monitorare, tracciare e governare chi fa cosa all’interno di una rete non è solo una questione di compliance, è prevenzione.
I trend dei prossimi anni
Guardando ai prossimi due o tre anni, Zanotto indica tre aree su cui Data Cube sta già investendo. La prima è quella delle intelligenze artificiali custom: modelli costruiti su misura per ogni azienda, alimentati dal proprio patrimonio di dati e conoscenza, residenti in ambienti privati. La seconda riguarda la difesa del mobile e dell’OT (operational technology): perimetri spesso trascurati, dove la protezione è ancora molto indietro rispetto ai server e ai client tradizionali.
La terza è la gestione evoluta della sicurezza attraverso SOC e SOAR di nuova generazione, capaci di intercettare le minacce in tempo reale e di rispondere in modo automatico agli attacchi zero-day.
L’intelligenza artificiale, in questo contesto, non è solo uno strumento che le aziende devono imparare a usare: è anche quello che gli attaccanti stanno già usando, e difendersi richiede di stare al passo.
Zanotto chiude con una riflessione che suona più come una visione del futuro del lavoro che come una previsione di mercato.
L’intelligenza artificiale non toglierà posti di lavoro, dice, ma cambierà la natura di molti di essi. Farà fare alle macchine il lavoro ripetitivo di media complessità, e libererà le persone per attività più sofisticate.
Qualcuno, però, quella macchina dovrà pur governarla, allenarla, insegnarle. E questo, per l’azienda, è esattamente il tipo di valore che intende portare sul mercato.






