Software e cloud negli incentivi, ora il Governo deve decidere

Anitec-Assinform accoglie l’apertura del Presidente del consiglio Giorgia Meloni su software e cloud negli incentivi. Ma ora serve una misura concreta.

Software e cloud negli incentivi, ora il Governo deve decidere

L’apertura politica c’è. Ora serve capire se diventerà una misura concreta.

Dopo anni in cui la politica industriale ha guardato soprattutto a macchinari, impianti e beni materiali, software e cloud entrano finalmente nel cuore del dibattito sugli incentivi alle imprese.

A riaccendere il tema è stata la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta all’Assemblea di Confindustria 2026.

Nel testo pubblicato dal Governo, Meloni afferma di considerare “corretto e intelligente ragionare di includere negli incentivi gli investimenti su software e cloud”, riconoscendo così che la trasformazione industriale non può più essere letta soltanto attraverso la lente del bene fisico.

Il passaggio è politicamente rilevante perché arriva da Palazzo Chigi e perché intercetta una richiesta che il settore digitale e una parte crescente del sistema produttivo portano avanti da tempo.

Anitec-Assinform accoglie il segnale con soddisfazione. Massimo Dal Checco, Presidente dell’associazione, parla di un’apertura attesa: “Accogliamo con grande soddisfazione le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, nel corso dell’Assemblea di Confindustria, ha dichiarato di considerare corretto e intelligente ragionare di includere negli incentivi gli investimenti su software e cloud”.

Dal Checco: “Siamo pronti a collaborare con il Governo”

Per Anitec-Assinform la questione non è di rappresentanza settoriale. Non si tratta, in altre parole, di chiedere un vantaggio per l’industria Ict, ma di aggiornare gli strumenti pubblici alla realtà degli investimenti produttivi.

Oggi la competitività delle imprese passa da piattaforme, applicazioni, dati, infrastrutture cloud, capacità di integrazione e soluzioni edge. Senza queste componenti, anche l’acquisto di tecnologie avanzate rischia di restare incompleto.

Come Anitec-Assinform abbiamo lavorato negli ultimi mesi, con Confindustria, per questo obiettivo e siamo a disposizione del Governo per trovare possibili soluzioni”, afferma Dal Checco.

Il messaggio è chiaro: l’apertura politica va tradotta rapidamente in un perimetro operativo. Perché se software e cloud sono ormai infrastrutture strategiche, gli incentivi devono riconoscerli come tali.

Continuare a considerarli elementi laterali significherebbe finanziare una modernizzazione a metà.

Il precedente esiste: l’Allegato B parla già di software

Il punto non nasce nel vuoto normativo. La documentazione ministeriale legata a Industria 4.0 riconosce da anni il ruolo dei beni immateriali.

L’Allegato B pubblicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, collegato alla legge 232/2016, riguarda infatti “beni immateriali”, cioè software, sistemi, piattaforme e applicazioni connessi a investimenti in beni materiali Industria 4.0.

Questo riferimento è importante perché dimostra che il legislatore ha già accettato un principio: l’innovazione industriale non coincide soltanto con la macchina, ma comprende anche il livello software che la abilita, la connette, la governa e ne valorizza i dati.

La domanda, oggi, è se questa impostazione sia ancora sufficiente di fronte a modelli tecnologici sempre più basati su cloud, edge, intelligenza artificiale e servizi digitali.

Anche la pagina del Mimit dedicata al credito d’imposta per investimenti in beni strumentali colloca la misura nel quadro dei piani Transizione 4.0 e Transizione 5.0, ricordando inoltre che i due crediti d’imposta non sono cumulabili per i medesimi beni oggetto di agevolazione.

È un aspetto tecnico, ma molto concreto: per le imprese, soprattutto per le Pmi, la chiarezza delle regole è decisiva quanto l’entità dell’incentivo.

Software e cloud negli incentivi, ora il Governo deve decidere
Software e cloud negli incentivi, ora il Governo deve decidere

Cloud ed edge non sono più un costo accessorio

Qui sta il nodo più pungente della vicenda.

Tutti parlano di intelligenza artificiale, fabbrica connessa, dati industriali e automazione avanzata.

Ma senza cloud, edge e software, quelle parole rischiano di restare un lessico da convegno.

L’AI industriale ha bisogno di dati accessibili, infrastrutture scalabili, applicazioni interoperabili e capacità di calcolo distribuita.

Senza queste fondamenta, la trasformazione digitale si ferma prima di produrre valore.

Dal Checco lo dice con nettezza: “L’inclusione di soluzioni in cloud ed edge negli incentivi rappresenta un tassello fondamentale di una più ampia politica industriale per il digitale”.

Il tema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese. Sono loro ad avere più bisogno di strumenti semplici, leggibili e coerenti con il modo in cui oggi si adottano tecnologie digitali: non solo acquisto di beni, ma anche piattaforme, servizi, applicazioni, architetture ibride, canoni, integrazioni e gestione continuativa dell’innovazione.

“Servono strumenti, come un credito d’imposta, che siano davvero adeguati alle esigenze delle piccole e medie imprese”, aggiunge Dal Checco. “Solo così possiamo sostenere concretamente la trasformazione digitale del sistema produttivo italiano e mantenere la competitività delle nostre aziende”.

Transizione 5.0 lega digitale ed efficienza energetica

Il contesto più recente è quello del Piano Transizione 5.0.

Il Mimit spiega che il credito d’imposta è riconosciuto a condizione che gli investimenti producano una riduzione dei consumi energetici di almeno il 3% per la struttura produttiva o, in alternativa, di almeno il 5% per il processo interessato.

La riduzione deve derivare da investimenti in beni materiali e immateriali funzionali alla transizione tecnologica e digitale delle imprese secondo il modello Industria 4.0, cioè nel perimetro degli Allegati A e B alla legge 232/2016.

Il decreto ministeriale su Transizione 5.0 conferma l’ammissibilità dei beni immateriali nuovi strumentali all’esercizio d’impresa di cui all’Allegato B, includendo anche software relativi alla gestione d’impresa quando acquistati nell’ambito del medesimo progetto di innovazione.

La circolare operativa del Mimit richiama a sua volta, tra le categorie di spesa, i beni dell’Allegato A, i beni dell’Allegato B, gli impianti per autoconsumo, le spese per la formazione e le certificazioni ex ante ed ex post.

Anche qui emerge un elemento centrale: la transizione non è più solo tecnologica, ma intreccia digitale, energia, competenze e misurabilità degli investimenti.

Il rischio: incentivi moderni sulla carta, difficili nella pratica

Il vero punto critico, però, è l’operatività. Le misure esistono, i riferimenti ai beni immateriali ci sono, il quadro di Transizione 5.0 prova a collegare digitale ed efficienza energetica.

Ma per le imprese il problema resta la possibilità di programmare gli investimenti senza perdersi in regole troppo complesse, interpretazioni restrittive o procedure non sempre immediate.

È qui che la richiesta di Anitec-Assinform assume un valore politico. Non basta inserire software e cloud in un discorso pubblico. Serve costruire strumenti che tengano conto di come il mercato tecnologico funziona davvero.

Il cloud non è sempre un bene acquistato una volta per tutte. Le piattaforme si aggiornano. Le applicazioni si integrano. L’edge si distribuisce nei siti produttivi.

L’innovazione, sempre più spesso, non entra in azienda come un singolo cespite, ma come architettura continua.

Per questo la partita sugli incentivi non è un dettaglio fiscale. È una scelta di politica industriale.

Una misura da scrivere bene

Anitec-Assinform chiede che l’apertura del Governo diventi una soluzione concreta, efficace e utilizzabile. “Le imprese hanno bisogno di strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato per programmare gli investimenti in innovazione”, conclude Dal Checco. “Siamo pronti a lavorare con i Ministeri per costruire insieme una soluzione efficace e operativa”.

La sfida è tutta in queste parole. Se software, cloud ed edge sono davvero infrastrutture strategiche, allora devono essere trattati come tali anche negli incentivi.

Altrimenti il rischio è continuare a parlare di AI, dati e competitività finanziando solo una parte della trasformazione: quella più visibile, ma non necessariamente quella più decisiva.