La crisi della supply chain IT non è più un’emergenza congiunturale.
È diventata una condizione strutturale con cui vendor, distributori e system integrator devono fare i conti ogni giorno, ridisegnando strategie di approvvigionamento, relazioni di canale e modelli di business.
Nel 2026 le pressioni si sono intensificate su più fronti: dazi americani sui semiconduttori entrati in vigore a febbraio, tensioni geopolitiche sull’asse Europa-Cina, e una domanda di componenti per l’intelligenza artificiale che drena capacità produttiva sottraendola al mercato IT tradizionale.
Il risultato è un canale che cerca di reinventarsi, con risultati ancora parziali e criticità che restano aperte.
Una crisi strutturale, non ciclica
Il punto di partenza per capire cosa sta succedendo è distinguere tra shortage temporanei e quelli di natura strutturale.
Come segnalano i principali osservatori internazionali, l’attuale situazione nasce da fattori ben definiti e difficilmente reversibili nel breve periodo: domanda crescente, capacità produttiva limitata e riallocazione strategica delle risorse verso i segmenti tecnologicamente più avanzati (e remunerativi).
La combinazione di questi elementi sta ridisegnando le dinamiche dell’intero settore, con ripercussioni previste almeno fino al 2027.
Il mercato globale dei semiconduttori nel 2025 ha raggiunto 792 miliardi di dollari, segnando un incremento del 25,6% rispetto all’anno precedente – la crescita più robusta dal record post-pandemico del 2021.
Ma questo dato aggregato è fuorviante: il volano principale è stato l’intelligenza artificiale, con il fatturato di NVIDIA cresciuto del 65%, mentre il resto del comparto ha mostrato andamenti molto più incerti.
Il problema più acuto riguarda le memorie. I tempi di consegna per le DRAM hanno raggiunto le 26-40 settimane, con Micron che arriva oltre le 39.
Il prezzo spot delle DDR5 ha segnato un incremento del 307% rispetto a settembre 2025. S&P Global Mobility prevede che i prezzi DRAM cresceranno tra il 70% e il 100% nel corso del 2026.
I tre grandi produttori di memoria – Samsung, SK Hynix e Micron – stanno spostando capacità produttiva verso la High Bandwidth Memory (HBM), quella richiesta dai chip AI per i data center. Hyperscaler come Google, Amazon, Microsoft e Meta hanno emesso ordini aperti a Micron dichiarando che acquisteranno qualunque quantità disponibile.
OpenAI ha firmato accordi preliminari con Samsung e SK Hynix per il progetto Stargate, richiedendo fino a 900.000 wafer mensili entro il 2029, circa il doppio dell’output globale HBM attuale.

I dazi americani e la variabile geopolitica
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta la politica commerciale americana.
Dal 15 febbraio 2026 è in vigore un dazio aggiuntivo del 25% su semiconduttori, apparecchiature per la produzione di semiconduttori e prodotti derivati, introdotto dall’amministrazione Trump a seguito di un’investigazione ai sensi della Sezione 232.
Per l’industria elettronica italiana, che nel primo semestre 2025 aveva già aumentato le esportazioni verso gli USA del 12%, pianificare i costi è diventato un esercizio ad alto rischio.
Le aziende che acquistano componenti destinati a prodotti poi esportati nel mercato americano si trovano a dover rivedere interamente i propri modelli di pricing, senza poter traslare immediatamente i rincari sui clienti finali.
A questo si aggiunge la dipendenza dalle terre rare cinesi: la Cina controlla oltre l’80% della fornitura globale, con percentuali vicine al 100% per elementi pesanti come il disprosio, essenziale per magneti permanenti, motori e sensori.
Le restrizioni all’export sono state parzialmente sospese, ma la dipendenza strutturale non si cancella con accordi temporanei.
Come risponde il canale italiano
I primi 25 distributori italiani hanno registrato un fatturato complessivo di circa 7,5 miliardi di euro, con Esprinet in posizione di leadership nel Sud Europa.
Questa concentrazione ha aspetti positivi – la capacità di negoziare con i vendor globali – ma anche criticità evidenti: un numero limitato di operatori che gestiscono la gran parte dei flussi rischia di amplificare i colli di bottiglia in caso di disruption.
La risposta più immediata del canale è stata il nearshoring.
Secondo una ricerca di Channel Partner Insight, circa il 32% delle imprese ha già scelto fornitori regionali, e un ulteriore 45% intende fare lo stesso nel 2025-2026.
Questo fenomeno di riavvicinamento geografico delle forniture rappresenta una tendenza reale, ma non priva di limiti: i fornitori europei non coprono ancora tutte le categorie di componenti, e in molti casi i prezzi risultano superiori a quelli asiatici anche dopo aver internalizzato i costi logistici e i dazi.
In questo contesto, STMicroelectronics è l’esempio più concreto di risposta industriale italiana alla crisi delle filiere.
Il polo di Catania – investimento complessivo da 5 miliardi di euro – produce già wafer SiC da 200 mm e, grazie al nuovo impianto R3, arriverà a regime nel 2026 con una capacità di 8.000 wafer alla settimana per chip di potenza, analogici e RF. A Novara, Silicon Box ha avviato un progetto da 3,2 miliardi.
L’Italia è così al centro di un piano di investimenti nel settore dei semiconduttori per oltre 9 miliardi di euro complessivi conseguiti nel 2024. Sono numeri rilevanti, ma gli effetti sul canale IT si faranno sentire solo nel medio-lungo termine: la produzione di chip è un processo che richiede anni per raggiungere le scale industriali necessarie.

Il distributore diventa orchestratore
Il GTDC Summit EMEA, tenutosi ad Amsterdam ad aprile 2026, ha fotografato con precisione la trasformazione in corso.
I distributori ICT – operatori che a livello globale muovono un fatturato superiore ai 180 miliardi di euro – non sono più semplici ingranaggi logistici della filiera, ma si propongono come veri orchestratori del sistema tecnologico.
I distributori più strutturati hanno sviluppato cloud marketplace multivendor, piattaforme di aggregazione e servizi di certificazione tecnica che i partner di canale (system integrator, VAR, rivenditori) non riuscirebbero a costruire da soli.
Esprinet, tramite la piattaforma EspriRent, mette a disposizione della filiera un’interfaccia unica per creare soluzioni “as a Service” con i 650 produttori distribuiti.
TD Synnex Italy ha ulteriormente rafforzato la propria infrastruttura di servizi gestiti e cloud.
Le criticità irrisolte
Nonostante l’adattamento in corso, permangono criticità strutturali che il canale non ha ancora risolto.
La prima è la dipendenza dai canali paralleli. Le tensioni geopolitiche e i dazi elevati hanno alimentato la crescita del mercato nero dei semiconduttori: ogni interruzione di un flusso commerciale regolare crea spazio per canali irregolari.
Le piccole aziende manifatturiere – soprattutto nell’automotive e nell’elettronica di consumo – si sono rivolte in misura crescente a questi canali, con rischi di componenti contraffatti.
La seconda criticità riguarda la compressione dei margini. In un contesto in cui i prezzi all’acquisto salgono e i clienti finali resistono ai rincari, il canale intermedio – distributori e rivenditori – si trova in una tenaglia.
Il rischio è che il 2026 si riveli un anno di selezione naturale: solo i modelli di business più solidi, quelli che hanno investito in servizi ad alto valore aggiunto, riusciranno a preservare marginalità accettabili.
La terza criticità è la disomogeneità della risposta nel canale. I grandi distributori nazionali hanno le risorse per costruire buffer di inventario, negoziare accordi di fornitura pluriennali e investire in piattaforme digitali.
I distributori più piccoli e specializzati – che servono nicchie verticali o mercati regionali – sono spesso privi degli strumenti necessari per navigare la crisi.
La quarta è di carattere più strategico: la costruzione di nuove filiere europee richiede investimenti e tempi incompatibili con le urgenze operative del canale.
I 69 miliardi dell’European Chips Act sono stati mobilitati, e il SiC Campus di STMicroelectronics a Catania è un segnale concreto.
Ma il Chips Act 2.0 – su cui la Commissione Europea si è impegnata a lavorare entro il 2026 – è ancora in fase di definizione.
Il canale che verrà
Con ogni probabilità, il 2026 non sarà un anno di crescita esplosiva per il canale IT italiano, ma un anno di selezione e riposizionamento.
La domanda esiste ed è sostenuta da driver strutturali – AI, sicurezza, modernizzazione infrastrutturale – ma il mercato premierà i modelli più solidi e quelli capaci di adattarsi rapidamente.
Secondo CONTEXT, si tratta del primo anno in cui l’AI smette di essere sperimentazione per diventare infrastruttura operativa: un cambiamento che amplifica sia le opportunità sia le pressioni sul canale.
Per i distributori italiani, il percorso obbligato passa attraverso tre direttrici: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento per ridurre la dipendenza geografica, l’evoluzione verso modelli “as a Service” che spostino il valore dal prodotto al servizio continuativo, e l’investimento in competenze tecniche certificate che rendano il distributore indispensabile per i partner di canale nella gestione di tecnologie complesse come l’AI, l’edge computing e la sicurezza.






