Ricondizionato e sovranità: l’IT italiano cresce oggi

Hardware ricondizionato, sovranità del dato e cybersecurity made in Italy guidano l’evoluzione del mercato IT. Il quadro di ProXima Distribution.

Ricondizionato e sovranità: l’IT italiano cresce oggi

Per anni il mercato dell’IT ha guardato all’hardware ricondizionato con una certa diffidenza, considerandolo una soluzione di seconda scelta, adatta solo a chi non poteva permettersi il nuovo.

Oggi questo pregiudizio sta cedendo il passo a una consapevolezza più matura: il prodotto rigenerato (server, storage, switch, dispositivi ad alte prestazioni) non è sinonimo di compromesso, ma di scelta consapevole, economicamente e ambientalmente fondata.

“Il mercato del ricondizionato esiste già da tempo”, spiega Antonio Serra, Sales Director di ProXima Distribution. “Noi di ProXima stiamo lavorando per fare in modo che questo paradigma venga apprezzato e considerato alla stregua del nuovo, come scelta naturale e non residuale. In un contesto di grande incertezza, dalla carenza di silicio alla scarsità di prodotti IT, questo tipo di offerta acquista ulteriore rilevanza”.

A spingere questa trasformazione concorrono almeno tre fattori strutturali. Il primo è la scarsità: le poche aziende al mondo che producono silicio sono oggi letteralmente sommerse dalla domanda generata dall’intelligenza artificiale, e la disponibilità di hardware nuovo non è garantita.

Il secondo è geopolitico: le tensioni internazionali rendono le catene di approvvigionamento sempre più fragili e imprevedibili.

Il terzo è culturale: una nuova generazione di manager sta ridisegnando le politiche di acquisto delle aziende con occhi diversi rispetto al passato. “Mi trovo sempre più spesso a interagire con manager di 35, 40, 45 anni che sono cresciuti con una mentalità naturalmente aperta all’uso di beni di seconda mano. Crediamo quindi che anche il nostro mercato, seppur più delicato, sia pronto ad accogliere questo tipo di prodotto”.

In questo contesto, ProXima Distribution sta trasformando il ricondizionato da nicchia a leva strategica, affiancando all’hardware rigenerato anche software pre-owned, cioè commercializzabile nel pieno rispetto della normativa europea, e costruendo intorno a questa offerta un ecosistema di servizi cloud, supporto H24 e competenze certificate.

Un modello in cui la componente di servizio pesa già circa il 20% del fatturato complessivo, con un obiettivo di ricavi fissato a 10 milioni di euro per l’anno in corso.

La sostenibilità non è uno slogan: è un KPI

Uno degli aspetti più interessanti di questa evoluzione riguarda la dimensione ambientale. L’industria IT è tra i principali produttori di rifiuti tecnologici al mondo: dispositivi che contengono materiali difficili da smaltire, terre rare estratte con processi ad alto impatto, componenti che impiegano decenni a decomporsi.

Il nostro mercato IT è uno di quelli che produce più rifiuti tecnologici al mondo, sottolinea Serra. Questi rifiuti non scompaiono in un batter d’occhio: sono prodotti che impiegano anni e anni prima di decomporsi. Se vengono riciclati, se a questi dispositivi viene restituita una vita più lunga, l’impatto ambientale si riduce concretamente. Crediamo di contribuire, nel nostro piccolo, alla tutela di ciò che ci circonda”.

Le aziende più attente hanno già iniziato a incorporare l’acquisto di hardware ricondizionato nei propri KPI di sostenibilità.

In alcuni casi, questa scelta produce anche effetti positivi sul fronte della defiscalizzazione.

Non si tratta di greenwashing, ma di un impatto misurabile: ogni dispositivo rigenerato che entra in produzione è un dispositivo che non finisce prematuramente in discarica.

Anche la pubblica amministrazione si sta muovendo in questa direzione, pur con i vincoli normativi che la caratterizzano. “Grandi strutture governative o paragovernative non possono inserire in produzione dispositivi che non siano certificati secondo i requisiti dell’ACN (Agenzia per la cybersicurezza Nazionale)”, precisa Serra. “Ma sono molto aperte all’utilizzo di prodotti ricondizionati per allestire laboratori di test, dove le applicazioni vengono validate prima di andare in produzione. Questo consente un risparmio e nel settore pubblico significa anche un uso più responsabile delle risorse dei contribuenti”.

Ricondizionato e sovranità: l’IT italiano cresce oggi
Antonio Serra, Sales Director di ProXima Distribution

Sovranità del dato: da tema geopolitico a criterio di scelta

Accanto alla sostenibilità, un altro tema sta guadagnando peso crescente nelle decisioni tecnologiche delle imprese: la sovranità del dato. L’interrogativo è semplice ma non banale: dove risiedono fisicamente i dati dell’azienda? Chi può accedervi? Sotto quale giurisdizione sono custoditi?

Per anni queste domande sono state relegate ai margini delle discussioni IT, considerate rilevanti solo per settori ipersensibili come la difesa o la finanza.

La pandemia prima, le tensioni geopolitiche poi, e infine una serie di provvedimenti normativi, dal GDPR al Data Act europeo, passando per i requisiti sempre più stringenti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, hanno portato il tema al centro dell’agenda di qualsiasi impresa strutturata.

Il concetto di sovranità del dato tocca almeno tre livelli distinti. Il primo è infrastrutturale: i dati devono essere ospitati su sistemi fisicamente collocati in territorio europeo, gestiti da operatori soggetti al diritto dell’Unione.

Il secondo è operativo: le soluzioni software e cloud adottate devono garantire che nessun soggetto terzo, soprattutto extra-europeo, possa accedere ai dati senza il consenso esplicito dell’azienda titolare.

l terzo è strategico: la dipendenza da fornitori tecnologici extraeuropei crea vulnerabilità che, in caso di crisi geopolitica o di mutamenti nelle politiche commerciali di quei fornitori, possono tradursi in rischi operativi concreti.

In questo scenario, la scelta di affidarsi a soluzioni costruite e gestite in Italia, o quantomeno in Europa, non è più una preferenza ideologica, ma una valutazione razionale del profilo di rischio.

Ed è precisamente qui che l’offerta cloud di ProXima, con vendor di riferimento che coprono IaaS e servizi di sicurezza con infrastrutture domestiche, acquista una rilevanza che va oltre il semplice confronto di prezzo o prestazione. “La situazione geopolitica è drammaticamente complessa”, afferma Serra. “Il preventivo che ti do oggi vale 24 ore. Domani mattina probabilmente quel prezzo non esiste più, perché io stesso non ce l’ho più. In questo contesto, poter fare affidamento su infrastrutture e fornitori locali, soggetti alle stesse norme e alle stesse autorità di controllo, non è un valore aggiunto: è una necessità”.

Cybersecurity made in Italy: da pregiudizio a riconoscimento

Se la sovranità del dato è una questione relativamente recente nell’agenda aziendale, la cybersecurity italiana porta con sé un percorso più lungo e, per certi versi, più tortuoso.

Per anni le aziende italiane specializzate in sicurezza informatica hanno dovuto fare i conti con un pregiudizio di fondo: sul mercato, la credibilità era quasi automaticamente appannaggio dei grandi vendor internazionali.

Serra conosce bene questa dinamica, avendola vissuta in prima persona. “Vengo da un’azienda in cui ho lavorato cinque anni, specializzata in sistemi di protezione post-elettronica, un ambito molto delicato. Era un’azienda italiana, e intorno al 2020 era ancora difficile presentarla con la stessa credibilità di una multinazionale straniera. Quando si parlava di sicurezza e cybersecurity, i riferimenti erano quasi esclusivamente aziende estere”.

Oggi qualcosa sta cambiando in modo sostanziale. Il tessuto di aziende italiane verticali su temi come la sicurezza IoT, la protezione delle infrastrutture industriali, l’orchestrazione degli accessi e l’autenticazione avanzata ha raggiunto una maturità che il mercato non può più ignorare.

“Oggi il made in Italy tecnologico è assolutamente riconosciuto”, afferma Serra. “Non produciamo solo eccellenza nel cibo, nella moda o nelle supercar: facciamo anche tecnologia di alto livello. Le aziende che rappresentiamo operano in nicchie verticali molto specifiche, e il mercato ne riconosce la qualità. Ma bisogna essere onesti: in certi contesti, soprattutto nella pubblica amministrazione centrale, si fa ancora fatica. C’è ancora chi preferisce il nome che compare nel quadrante in alto a destra di Gartner, a prescindere dalla qualità della soluzione italiana che gli stai presentando”.

Le ragioni di questo cambiamento sono molteplici.

Da un lato, una serie di incidenti informatici di alto profilo ha dimostrato che la dimensione del vendor non è garanzia di sicurezza.

Dall’altro, la crescente attenzione regolatoria, NIS2 in testa, ha spinto le imprese a rivalutare la propria catena di fornitura tecnologica.

Un vendor italiano, peraltro, conosce il contesto normativo in cui opera il cliente, parla la stessa lingua regolamentare, è soggetto alle stesse autorità di vigilanza: in un settore dove la compliance è spesso tanto importante quanto la tecnologia, non è un dettaglio trascurabile.

Il doppio lavoro del mercato italiano

Rimane, tuttavia, una sfida aperta. “Chi vende tecnologia italiana deve fare un doppio lavoro”, riconosce Serra. “Non si tratta solo di presentare la soluzione tecnica, ma anche di abbattere un muro culturale. Una volta, però, che il venditore si è accreditato, anche all’interno della pubblica amministrazione, allora la soluzione italiana diventa un trend. Nel nostro mercato funziona molto l’effetto imitazione: se un’organizzazione adotta una certa tecnologia e ne è soddisfatta, quella tecnologia diventa immediatamente la più considerata, la più interessante. È un po’ una questione di moda, ma la moda, in questo caso, la si costruisce con la qualità e con i risultati”.

È un lavoro di accreditamento che richiede tempo e coerenza, ma che produce effetti moltiplicatori concreti. E i numeri di ProXima sembrano confermare che la direzione intrapresa sta pagando.

Un mercato che cresce cambiando pelle

Quello che emerge da questa analisi è il ritratto di un mercato IT in profonda trasformazione, che sta imparando a valorizzare dimensioni per lungo tempo trascurate: la durabilità dei prodotti, la provenienza delle soluzioni, la localizzazione dei dati, l’identità dei fornitori.

Il ricondizionato, la sovranità del dato e la cybersecurity made in Italy non sono temi separati: convergono verso un unico punto di arrivo, che è la costruzione di un ecosistema tecnologico più resiliente, più sostenibile e più sovrano.

“Facciamo tecnologia di livello, ed è giusto che venga riconosciuta. La sfida ora è che questa consapevolezza si trasformi in scelte strutturate e concrete. E i segnali, almeno a giudicare da quello che vediamo ogni giorno sul mercato, ci dicono che siamo sulla strada giusta”.